ROLLING STONES, IL MIO NO FILTER TOUR


Mi ci vuole proprio un caffè ora. Mi sono svegliata – si fa per dire – all’alba delle 6:00 questa mattina per essere a Lucca non più tardi delle 11.00.  Il mio compagno di concerti, Ricky, è decisamente più sveglio di me, nel senso che almeno lui è riuscito a dire “Buongiorno” al capotreno quando è venuto a controllare i biglietti.

Una volta arrivati in questa splendida cittadina che vi consiglio di visitare appena possibile, abbiamo fatto una bella passeggiata per le vie del centro e sono rimasta piacevolmente colpita da come questo luogo si sia vestito a festa per questo grandioso evento.

Infatti, ogni vetrina mostra la lingua rossa simbolo dei Rolling Stones o la locandina del concerto.

Si respira un’atmosfera frizzante qui a Lucca oggi. E’ come se tutti, partecipanti e non, sentissero nelle vene l’adrenalina dell’attesa per questo concerto che si prospetta essere uno dei migliori (e dei più cari) del 2017.

Dopo aver camminato per un bel po’ ed essendo una bella giornata, Ricky ed io ci sediamo al tavolino di un bar. Da qui la vista su Piazza Napoleone è davvero stupenda: ampia, alberata e con un sacco di persone con la maglietta degli Stones che camminano allegri e rilassati. Sono circa le quattro del pomeriggio e il sole autunnale scalda quel giusto affinché le tue ossa percepiscano quel leggero tepore da coccola.

Che meraviglia, finalmente mi sto godendo questo sabato pomeriggio in tutta tranquillità con tanto di occhiali da sole e caffè in mano. Sento alcune persone alla mia destra borbottare e all’improvviso il mio sguardo coglie rapidamente una macchina della polizia seguita da alcuni van e auto nere. Mmm, colleghiamo un attimo le sinapsi. Sono le 16.00, sono in pieno centro a Lucca, stanno arrivando una serie di auto nere scortate, chi potrà mai essere?

Con un balzo felino mi alzo velocemente in piedi e corro verso le auto nere mollando nell’ordine: caffè sul tavolo, giacca di pelle appoggiata alla sedia, borsa con la mia vita dentro tra le gambe di Ricky e non ultimo Riccardo che assiste alla scena muto, come quando si ha a che fare con i pazzi. Ho scritto “come quando”, non iniziamo a fare i simpatici eh!

L’istinto è quella forza interiore che ci spinge all’improvviso e inconsciamente a fare delle cose che altrimenti ci perderemmo se solo ci fermassimo a riflettere sul se farle o meno. Infatti, grazie alla mia rapidità d’azione, riesco ad avvicinarmi all’auto nera con il finestrino leggermente abbassato e intravedo lui, l’uomo che ha stregato intere generazioni di ragazzine, mamme e nonne: Sir Mick Jagger. Sorride e saluta quei pochi che riescono a lanciare il proprio sguardo dietro quella piccola fessura. Non ci credo, cazzo non ci credo.

In men che non si dica mi ritrovo circondata da persone, tutti salutano e le auto lentamente percorrono un breve tratto rincorsi da un fiume di fan – tra cui la sottoscritta – prima di entrare definitivamente nel cortile della Prefettura.

Oddio è successo davvero? Dove cazzo ho lasciato Ricky? Povero! Inizio a ridere da sola per la scena appena vissuta e mi chiedo “come dev’essere stato anni fa con le fan veramente esaltate e pazze per loro?” questo è stato solo un assaggio e io ho già il cuore a tremila.

Ricky è rimasto seduto, impassibile e segue il mio lento avvicinarmi al tavolino con uno sguardo di rassegnazione. “Trent’anni, ti ricordo che hai trent’anni” e scoppia a ridere. “Ma sti cazzi” rispondo, “avevo fiutato la cosa e come vedi era corretta, sono un genio”. Scoppia in una fragorosa risata e commenta: “beh, effettivamente per questo gesto potresti essere paragonata a Leonardo Da Vinci che dici?” Risposta: “Non sei simpatico, dai adesso avviciniamoci alle transenne che magari escono”.

L’attesa alle transenne di fronte alla Prefettura con il pensiero fisso di “magari escono fra poco” dura fino alle 19.30 circa quando uno stremato Riccardo mi dice: “Ascu’ (quando parla in sardo vuol dire che il sangue inizia a ribollire) o vai dentro e chiami Jagger oppure ti stacchi da lì e porti le tue gentili grazie nel nostro dannato Prato A pagato a caro prezzo”. Ehm, uffa questa volta non so davvero come rispondergli, ha ragione, ha solamente ragione. Sconsolata rispondo “Ok dai” (con tanto di labbrino triste che noi donne siamo bravissime a fare in fase di arruffianamento).

Così, passo lento dopo passo lento, mi allontano e mi avvicino all’ingresso di Porta San Pietro.

Rewind:

il concerto si svolge in una location inventata per l’occasione dagli organizzatori D’Alessandro e Galli che, in occasione dei vent’anni del Lucca Summer Festival, hanno scelto di “regalare” i Rolling Stones agli italiani proprio fuori dalle mura di Lucca.

Partecipanti attesi: oltre 50.000

E dove cazzo ci stanno tutte queste persone a Lucca?! Boh, vedremo.

Ci rendiamo conto di chi avrò davanti a me sul palco fra poche ore?

Non vi sto nemmeno a spiegare chi siano i Rolling Stones perché chiunque non li conosca, ammesso che esista, vuol dire che non ha vissuto in questo mondo negli ultimi cinquant’anni. La storia della musica, non solo del rock, sarà di fronte ai miei occhi sgranati. Sessantaquattro album pubblicati, 64. Non aggiungo altro.

Il mito della “rockstar” nasce proprio con Mick Jagger che, in totale controtendenza rispetto alla “Beatlemania” dilagante degli anni‘60, incarna l’essenza del più classico “sex, drugs & rock’n’roll”.

Per non parlare dell’immortale chitarrista Keith Richards (dopo una serie di arresti cardiaci dovuti alle droghe e un volo da una palma alle Isole Fiji che gli è costato un’importante emorragia cerebrale ritengo sia corretto definirlo “immortale”), una vera icona per tutti coloro che si sono avvicinati alla chitarra elettrica dalla metà degli anni’60 ad oggi.

Penso sia realmente inutile e impossibile riassumere in poche righe la portata culturale e musicale di questa band, quindi sfogliate biografie, autobiografie (“Life” di Keith Richards), enciclopedie, motori di ricerca, tutto ciò che volete perché troverete sempre un’immensa mole di informazioni su questo gruppo.

Non a caso sono stati proprio loro, Mick, Charlie, Keith e Ronnie a suonare per la prima volta a L’Havana dopo la fine dell’embargo storico, un concerto di puro rock che resterà nella storia per il suo significato culturale e che ha segnato una svolta storica davvero epocale. “Havana Moon Live” è stato sicuramente uno dei regali più apprezzati per il mio trentesimo compleanno. Più di un milione di persone per il primo concerto rock – gratuito – in assoluto a Cuba e proprio con i Rolling Stones, ci rendiamo conto della meraviglia?

Una band che ha rivoluzionato non solo il modo di fare rock, ma di approcciarsi alla musica e alla vita attraverso l’irriverenza di quella linguaccia rossa pronta a ricordarci sempre che il vero Rock è un’attitudine e non solamente un genere musicale.

La fila per il prato A scorre abbastanza velocemente e in una decina di minuti mi ritrovo ai controlli di sicurezza.

Mentre sto per attraversare il varco di Porta San Pietro, mi sento tirare per un braccio, mi volto e vedo che un tizio della sicurezza mi dice: “scusa ma con questa borsa non puoi entrare”. Fermi tutti. “In che senso scusa? Come vedi – dico mentre appallottolo la borsa mezza vuota – è una borsetta piccola, sembra più grande perché ci sono le frange, ma è come una pochette (ammesso che il tizio sappia cosa sia una pochette)”.  Infastidito, l’uomo X risponde “mi dispiace ma la borsa non è in formato A5”. Resto basita. Non pensavo che per entrare a un concerto servissero nozioni di grafica.

Ecco ragazzi, qui dobbiamo aprire una MEGA parentesi perché non solo devo avere sempre a che fare con questi dannatissimi token in serie, ma adesso devo ragionare in A4, A3, A5 per le borse?! Giuro, comprendo le necessità di sicurezza e di tutelare le nostre vite per farci vivere al meglio questi eventi così grandi e potenzialmente pericolosi, però temo che questa cosa vi stia leggermente sfuggendo di mano. Sempre più perplessa, tento in ogni modo di trattare con il ragazzo della sicurezza – irremovibile – aprendo tutta la borsa, chiedendo un metro per misurare la borsa, appallottolandola come fosse un pezzetto di carta, ma nulla, il tizio NON cede.

Oh Santo Cielo che pazienza. A questo punto non ho nessun’altra alternativa che togliere tutto dalla borsa smistando i vari oggetti tra le mie tasche e quelle di Ricky (infastidito anche lui da questo provvedimento) e appendere la mia bellissima borsa con le frange al palo di un’impalcatura. L’ho salutata come un soldato saluta suo figlio prima di andare in guerra e le ho sussurrato “tornerò a prenderti, tu però non farti rubare, reagisci”.

Ho un tale nervoso addosso che inizio a camminare a passo svelto, ma deciso, inveendo contro tutto e tutti. Queste imposizioni mi fanno troppo girare i cosiddetti che non ho…

Quindi, decisamente infuriata, mi avvicino all’ingresso seguita da Ricky e senza pensarci troppo alzo un nastro che si trova proprio di fronte a me. Mi volto e scopro con immensa gioia di essere in seconda fila al lato destro del palco non so più di quale settore e l’unica cosa che mi viene in mente dopo tutta l’incazzatura è “Cazzo sì, questo sì che è culo!”.

I The Struts hanno già suonato due o tre canzoni e devo dire che sono molto bravi, peccato che nessuno nella zona in cui mi trovo li stia ascoltando perché stanno aspettando solo gli Stones.

Di fianco a me c’è una coppia straniera sulla 70ina, dall’accento mi sembrano americani ma non ne sono sicura. Chi mi conosce sa come sono e, infatti, dopo meno di un minuto sto già chiacchierando con i due signori che scopro essere della Georgia, precisamente di Atlanta ed è la settima volta che vedono gli Stones. Beh vista l’età della coppia qualche vantaggio nei miei confronti ce l’hanno, buon per loro. Io mi godrò questa prima volta al massimo.

Nel frattempo i The Struts hanno terminato la loro performance lasciando spazio alle classiche playlist pre concerto. Ci siamo quasi, le luci come vedete si sono accese e mostrano una scenografia alquanto basica se non fosse per i mega schermi verticali.

Nell’attesa tra una canzone e l’altra riconosco addirittura una canzone dei Black Rebel Motorcycle Club, una band con cui sono “in fissa” in questo periodo, davvero bravissimi.

Torniamo a noi.

Mi volto per vedere quante persone ci sono dietro di me e vi direi che vedo una distesa infinita di persone, ma in realtà noto immediatamente che a metà della location (scusate, non so come chiamarla, area?) c’è un enorme tendone. “Come faranno a vedere quelli dietro?” mi domando, meno male che sono immobile in seconda fila. Nessuno mi schioderà da qui, NEVAH.

Tic tac tic tac, ci siamo, l’attesa è finita!

Le luci si abbassano mentre più di cinquantamila persone si risvegliano facendo tremare le mura di Lucca con uno stupendo boato di gioia.

Gli schermi con sfondo nero iniziano a proiettare meravigliosi giochi di luce rossa che ci fanno assaporare la famosissima intro di “Sympathy For The Devil”. Ogni nota di pianoforte è una richiesta di partecipazione nei confronti del pubblico che – ovviamente – canta i classici “ooh ooh” dell’inizio della canzone.

Dai, iniziate ad entrare nel mood, così vado avanti a dirvi cosa sta succedendo: https://www.youtube.com/watch?v=0V3MLNfbVsg

Entrano Charlie, Ronnie e Mick accolti da una vera e propria ovazione, specialmente quest’ultimo. I “ragazzacci” hanno appena acceso la miccia. La vera bomba di gioia e di adrenalina esplode all’ingresso di Keith Richards al primo accordo di chitarra della canzone. Il pirata entra carico, con il suo passo cadenzato a ritmo della sua bambina a sei corde che ormai è divenuta un semplice prolungamento delle sue braccia.

Sono tutti qui di fronte a me, Marty te ne rendi conto? I Rolling Stones.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho il cuore a mille e gli occhi lucidi, cazzo ho di fronte a me la storia del rock’n’roll. Beh, di sicuro la band più longeva, quella che se n’è sbattuta totalmente dei limiti imposti dal tempo facendogli una bella linguaccia.

“Thank you, thank you very much” saluta Jagger.

Ok, in realtà se proprio dobbiamo dirla tutta, la canzone è partita un po’ sottotono, con qualche problema di volume ed errorino qua e là, ma già dalla seconda canzone le leggende firmano la loro sacralità.

Infatti, immaginatevi cosa succede al mio cuore non appena riconosco “ta taaa tararaaaa”, ciaooooo proprioooo l’inno di tutti i rocker del mondo! “I-i-i- knoow it’s only rock n roll but I like it, like it”. Sto cantando e ballando come se fosse l’ultima canzone e invece è solo la seconda. Prevedo afonia totale e dolori muscolari accentuati domani.

Lucca c’è e si fa sentire prepotentemente, perché il ritornello è un gioco tra Mick, le chitarre di Ronnie e Keith e le migliaia e migliaia di persone presenti qui stasera.

Ovazione generale!

Mick è carico e il suo look è sensuale, come lo è da oltre cinquant’anni. Le movenze sono rallentate, ma pur sempre sexy e accattivanti.

“Ciao Lucca, ciao Toscana, ciao Italia, come state tutti?” chiede il frontman a fine canzone in un italiano perfetto. Io da Dio Mick, prosegui pure. “Questa è la prima volta che suoniamo in Toscana” e parte subito “Tumbling Dice”, canzone su cui vi sfido a non muovere le anche, su forza! Meravigliosa, come la voce della corista Sasha Allen che sta cacciando degli acuti tali da rizzarmi anche le doppie punte dei capelli. Maaamma mia!

Spintoni e idioti qua davanti non mancano, però vedere da così vicino Mick, Ronnie e Keith non ha veramente prezzo.

 

Charlie Watts (76 anni e ribadisco SETTANTASEI), invece, ha un’espressione sempre fissa, non ha movimenti facciali se non un leggero ghigno quando la folla è davvero roboante.

Nel frattempo dietro di me c’è una signora sulla sessantina che sembra essere un’ex fan scatenata di Mick Jagger perché non smette un secondo di spingermi fino a spaccarmi lo sterno sulla transenna ogni volta che Jagger si avvicina dalla nostra parte e sta facendo di tutto per superare me e la signora di Atlanta. Signora si calmi, sappia che dovrà passare prima sul mio cadavere per riuscire a venire davanti a me quindi si metta comoda.

Jagger è un frontman davvero eccellente, una bomba di energia nonostante i suoi 74 – SETTANTAQUATTRO – anni e i suoi otto figli, si avete capito bene, OTTO. E’ ufficiale, non potrò mai più dire “che mal di schiena, sono vecchia” perché sarebbe un insulto a tutto ciò che questo “vecchietto” ha fatto e sta facendo davanti ai miei occhi.

La vera ondata di blues più puro ci travolge con “Just Your Fool” di Buddy Johnson, tratto dall’album di cover “Blue & Lonesome” – l’ennesimo successo planetario dei Rolling Stones – con tanto di armonica suonata da Jagger.

Il sound di questa canzone spinge i miei fianchi sempre più a destra e sinistra. Ogni canzone ha i propri cori del pubblico e Mick non smette di intrattenerci, rendendoci parte attiva dello show.

Sono qui in seconda fila a destra del palco e per un secondo mi astraggo pensando a quello che sto vivendo. Dio mio, ci rendiamo conto? La bravura di questa band e la semplicità di questo show, aiutato solo da grandi monitor, mi hanno fatto arrivare in faccia una tale manata di rock grezzo e di puri giri blues che ascoltarli da cd o da vinile non sarà più la stessa cosa.

Non ho più parole, ha chiaramente firmato un patto con il diavolo perché sul palco Jagger non si risparmia, è pura energia grazie anche ai suoi movimenti ondulati e ai passi inconfondibili che ai miei occhi lo rendono ancora il ragazzino di Sticky Fingers. Proprio come in “Righ ‘em on down” di Jimmy Reed, un’altra cover dell’ultimo album in cui la carica erotica di Mick si fonde con i movimenti sensuali di Ronnie e Keith nei confronti delle loro chitarre, sembrano quasi donne innamorate fra le loro braccia.

Ringrazia mentre sullo schermo appaiono le quattro canzoni tra cui il pubblico ha potuto votare quella da inserire nella setlist del concerto di questa sera. Simpaticamente Mick commenta “Scusate ma non c’è Puccini”. Mick non ti preoccupare, nemmeno la maggior parte degli italiani sa chi sia Puccini.

Io ho votato per “Bitch”dell’album Sticky Fingers del 1971, il mio preferito, ma invece mi toccherà ascoltare “Let’s spend the night together” che non mi esalta particolarmente, anche se stiamo sempre parlando di brani musicalmente ottimi.

“Mi sento un po’ romantico” commenta Jagger alla fine della canzone poco prima di lasciare spazio a “As Tears Go By” che però il frontman inizia a cantare in italiano, parola per parola, con mia immensa sorpresa. Qualche incertezza vocale, ma comunque tanti applausi per aver veramente tradotto e cantato tutto il testo o quasi, visto che l’ultima strofa l’ha cantata in inglese. Un gesto veramente carino da parte della band nei confronti del nostro Paese e della nostra lingua. Chapeau!

Di solito non scatto mai mie foto ai concerti, ma vorrei farvi notare l’espressione sognante o meglio allucinata che ho al momento.

Ronnie Wood firma una versione incantevole di “You can’t always get want you want” che, spogliata di tutta la parte puramente orchestrale del brano, ha un gusto semplice, ma musicalmente maestrale. Il finale è una grande festa con il pubblico, un inno in cui Jagger ci incita a cantare con lui il ritornello, un momento di gioia condiviso da più di 50 mila persone che cantano in coro. Questi sono i momenti che rendono i concerti indimenticabili.

“You can’t always get what you want” infatti è la vera chicca della serata perché grazie ai nostri cori finali alternati a quelli di Mick e alla parole importanti di questa canzone, l’atmosfera è magica e surreale. La musica ha il vero potere di far uscire l’anima dal corpo per due ore, farla ballare e cantare per riempirla di vita. Una volta provato tutto questo non saprete più come tornare indietro, anzi, non vorrete più farlo.

Solo ora mi rendo perfettamente conto del perché questi quattro siano delle leggende.

La famosissima intro di “Paint It Black” ci riporta al rock più vintage degli Stones, una melodia totalmente anni’60 visto che il singolo uscì nel 1966. Il ritmo è incalzante, ti trapana il cervello e ti fa ballare a occhi chiusi cantando “No more will my green sea go turn a deeper blue, I could not foresee this thing happening to you, If I look hard enough into the setting sun. My love will laugh with me before the morning comes”. Un’esibizione impeccabile e meravigliosa anche se leggermente riarrangiata e rallentata sul finale.

Il blues stoniano torna a fare capolino con il ritornello di “Honky Tonk Women”: “It’s the honky tonk women, gimme, gimme, gimme the honky tonk blues”.

Per quanto io adori Keith Richards, il suo guitar solo in questo brano zoppica.

Apriamo una breve parentesi su questa leggenda del rock.

Per me Keith Richards ha sempre rappresentato il mio ideale di chitarrista rock per eccellenza, per il modo di suonare la chitarra, per il mood, per le sbavature volute nelle melodie, per gli eccessi musicali e non. Un mito, come per tanti altri qui presenti. Però, non sono né cieca, né tantomeno sorda. Qualcuno di voi penserà “ma senti questa che cazzo ne vuole sapere, arrivaci tu sbarbatella su un palco a quell’età dopo cinquant’ anni di carriera ininterrotta”. Beh, avete ragione, infatti continuo a reputarli delle leggende e tali resteranno, però qualcosa continua a non suonarmi bene.

Keith questa sera ce la sta mettendo tutta, davvero, è l’incarnazione della vita che non si spegne, ma il tempo come dice lui “non aspetta nessuno”.

Le dita rovinate dall’artrite riescono a suonare le corde della sua chitarra solamente grazie alla sua forte volontà, ma con un po’ di stanchezza in più il segreto si percepisce. Badate bene, stiamo sempre parlando di un mostro di bravura, di livelli di eccellenza musicale elevatissimi e indiscutibili, però qualcosa di diverso si sente.

Sorride, ma è stanco negli occhi, nel corpo e negli accordi un po’ troppo netti in alcune canzoni, taglienti oserei dire e meno avvolgenti rispetto al passato quando il fuoco della chitarra di Richards stava proprio in quei riff blues intensi e trascinati.

“Ho passato una bellissima giornata ieri a Firenze” – continua Jagger – “Ho incontrato la signora May e abbiamo mangiato un gelato sul Ponte Vecchio, delizioso». Meno male che il frontman continua con la presentazione della band perché il silenzio che è calato al nome “May” è stato imbarazzante.

Per ultimo presenta l’amico Keith Richards che sale sul palco salutando e sorridendo al pubblico prima di dire “alla faccia di chi ci vuole male” e di iniziare con “Happy”. Ti adoro Keath. E’ il “gigione” della serata, si prende in giro da solo quando il suo acuto finale in “Happy” non è particolarmente riuscito e commenta ridendo “Oh Shit”. Nonostante la stanchezza e i problemi fisici, il tocco di Richards resta inconfondibile.

Keith continua con la sua simpatia in “Slipping Away” anche se vocalmente un po’ affaticato, però sti cazzi, sto ascoltando e guardando gli Stones. In particolare in questo ultimo assolo, fortunatamente, la vecchia mano di Keith c’è e si riconosce perfettamente.

Identifico questa canzone ai primi tre accordi: “Miss You”. Questo brano del 1978, in cui anche Jagger suona la chitarra, ha un groove che mi fa venire i brividi per quanto è bello e sensuale, anzi inebriante. Il bassista sta facendo un lavoro a dir poco sublime in questo pezzo, bravo Darryl Jones!

Per non parlare dell’intro di “Midnight Rambler” con tanto di armonica di Sir Mick Jagger: WOW.

Il resto della canzone con questi musicisti leggendari è qualcosa di unico, indescrivibile, un po’ come l’assolo di Wood che questa sera sta suonando divinamente.

Io sto continuando a ballare da oltre un’ora, non riesco a stare ferma, è impossibile.

“Siete incredibili” urla Mick Jagger al pubblico prima di iniziare “Street Fighting Man”, ennesimo capolavoro di Ronnie Wood alla chitarra questa sera per sostenere l’amico Keith Richards negli assoli.

 

 

Ronnie Wood, nonostante la magrezza sconcertante, tiene alto l’onore delle sue sei corde che accompagnano da oltre quarant’ anni il groove che è in grado di creare solo Keith Richards.

“Start Me Up” fa esplodere Lucca di gioia, balliamo e cantiamo tutti dimenticando per un momento tutto, è ora di pensare alla musica, al suono della chitarra, alla felicità che tutti stiamo provando per essere qui in questo momento.

Gli inconfondibili accordi di “Brown Sugar” buttano benzina sul fuoco della passione di noi presenti che ci accendiamo ulteriormente, specialmente nell’assolo di sassofono a cui vorrei dedicare almeno venticinque minuti di applausi.

Non so più come omaggiare Mick Jagger per il suo carisma sul palco, è una forza della natura, anzi forse è un cyborg.

Seeee vaa beh, eccola qui, “(I Can’t Get No) Satisfaction”, vi giuro ho i brividi lungo la schiena. La sto ascoltando veramente dal vivo? Non ho parole per esprimere la mia felicità.

Il finale è un crescendo di suoni, urla, applausi, è una festa, una grandissima e bellissima festa.

 

Salutano, ringraziano ed escono dal palco.

Nel frattempo, non ne comprendo il motivo, ma la security ha deciso di spostare in avanti la transenna di fronte a me così riesco a sgattaiolare in prima fila sempre al lato destro. O MIO DIO CHE MERAVIGLIA DA QUI, senza teste di fronte, ma solo loro: THE ROLLING STONES.

Ovviamente nessuno crede a questa uscita per cui tutto il pubblico li chiama a gran voce, tanto che dopo pochi minuti ritornano carichi con una versione magica di “Gimme Shelter”. Una versione particolarmente blues scaldata dalla voce soul di Sasha Allen veramente da brividi. Mi sto davvero emozionando per questo groove che resterà intatto per i prossimi trentamila anni.

L’acuto finale di lei mi lascia senza parole, graffiato e potente, mi ha spettinata. Non trovo le parole adatte per commentare la voce di questa cantante, mi dispiace.

Lei e Jagger cantano una di fronte all’altro, un incastro perfetto, un duetto divino mentre ballano sensualmente insieme e intonano le strofe e il ritornello finali.

Vi prego, vi scongiuro fatemi salire sul palco a ballare con voi, non riesco a stare ferma!

Il finale, con tanto di fuochi d’artificio, è tutto per quel capolavoro di “Jumpin’ Jack Flash”.

Energia, percepisco davvero tanta energia sia sul palco sia tra il pubblico. Questo concerto è elettrico, proprio come le chitarre di Richards e di Wood. L’ultima canzone ci regala frenesia, un insieme di suoni avvolgenti che terminano con schitarrate secche e taglienti.

Peccato non aver potuto sentire la mia splendida “Ruby Tuesday”, ma quello a cui ho assistito questa sera resterà ben impresso nella mia testa, ma soprattutto nel mio cuore per sempre.

Guardo Ricky e noto che ha la mia stessa espressione soddisfatta e incantata.

Mi riprendo velocemente pensando alla solitudine della mia borsa con le frange. “Non la vuoi la setlist?” mi chiede Ricky “guarda, sono talmente felice” rispondo “che non ne ho bisogno questa sera, devo ancora rendermi conto del concerto che ho appena avuto davanti ai miei occhi”.

Mi avvicino all’uscita e riconosco immediatamente il varco da cui sono entrata, riuscendo a salvare in men che non si dica la mia borsa. Evvai! Adesso posso ripercorrere mentalmente tutto il concerto mentre passeggio fino all’hotel anche se il primo pensiero che mi viene in mente subito dopo aver assistito a questo spettacolo è: forse oggi non ci sono più giovani da spettinare in nome della ribellione e del fottuto rock’n’roll perché i tempi sono cambiati, ma i Rolling Stones sono e resteranno sempre e indiscutibilmente gli Stones, in assoluto la rock band più longeva, irriverente e rivoluzionaria al mondo.

It’s only Rock’n’roll but I LIKE (LOVE) IT

 

 

 

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