RIVAL SONS – CARROPONTE (MILANO) – 09/08/17


Quando Vertigo ha annunciato questo concerto giuro che avrei voluto stappare una bottiglia di champagne e rovesciarmela addosso in ufficio.

Li adoro cazzo, sono una band fenomenale e soprattutto attuale visto che si sono formati a Long Beach nel 2008, anche se il loro stile e le loro influenze sono chiaramente anni’70. Ah scusate, avete ragione che stupida, sto parlando dei Rival Sons ovviamente.

Ho scoperto questo gruppo anni fa veramente per caso.

Ricordo che una sera ero ferma ad aspettare che Mec scendesse da casa sua per andare a bere qualcosa e Virgin Radio passò “Pressure and Time”. Mi dissi “Ah però, sembrano i Led Zeppelin, chi diavolo sono?!” e li shazammai. Grande rivelazione!

Il giorno dopo avevo già ascoltato tutto l’album “Pressure and time” e “Head Down”. Il primo resta ad oggi uno dei miei preferiti della band insieme a “Great Western Valkyrie”. L’ultimo lavoro “Hollow Bones” ha delle tracce davvero stupende come “Hollow Bones pt.1” e “All that I want”, ma personalmente non lo paragono musicalmente ai due citati.

In ogni caso, la band ha delle sonorità che miscelano perfettamente il rock classico vintage in stile anni ’70 con il blues più strisciato che crea quel particolare “groove” aggiungendo un tocco di soul nelle parti vocali. Jay Buchanan, il cantante, ha una vocalità incredibile e particolare, quindi è sempre un’ottima scelta quella di vederli e soprattutto ascoltarli dal vivo.

L’ultima volta che ho visto i Rival Sons è stata lo scorso febbraio all’Alcatraz il giorno di San Valentino e non avrei potuto ricevere un regalo migliore da questi ragazzacci: riff, acuti, una vera meraviglia sonora.

Il concerto di questa sera, invece, è al Carroponte e finalmente l’afa milanese da qualche giorno ci ha donato un momento di tregua, a differenza di quelle bestie assatanate di sangue che pervadono quel luogo, che siano maledette queste zanzare.

Dopo il mio solito parcheggio creativo e un tuffo nell’Autan, sono in seconda fila pronta a godermi lo show.

Ho letto di sfuggita che la band di apertura è un gruppo di cui mi hanno parlato alcuni amici e che fa parte del network di Bagana Rock Agency, un’etichetta discografica brianzola che per quanto mi riguarda è quasi sempre una garanzia in fatto di nuove realtà nostrane. Non li ho mai ascoltati, mea culpa, ma questa sera recupero.

Gli Electric Ballroom, così si chiama il “gruppo spalla”, salgono sul palco in tre, niente bassista e questa volta di fronte a me ho una cantante, finalmente una donna! Il suo aspetto è apparentemente aggressivo, azzarderei gotico, con tanti tatuaggi e i capelli neri corvino, ma in realtà la sua presenza è delicata, proprio come la sua voce. Questa delicatezza però si trasforma in sensualità non appena le sonorità diventano più basse e profonde. Un trio che spinge l’acceleratore sul blues con qualche spruzzata di chitarra elettrica dai toni più ruvidi del rock, alternata ad alcuni pezzi quasi southern. Estremamente piacevole all’ascolto nonostante la comprensibile emozione iniziale e un po’ di staticità sul palco che però non infastidisce.

I suoni non sono proprio al top al momento, mi auguro non restino così bassi come con i Vintage Trouble altrimenti sarebbe un vero peccato mortale ascoltare così i Rival Sons.

Dopo qualche minuto di cambio palco e una birra per il mio amico Ricky, la band sale sul palco lasciando Jay per ultimo.

Il frontman entra con la sua solita espressione spocchiosa, scazzata e totalmente menefreghista che in realtà gli dona un’aura da rockstar dannata, un po’ in stile Jim Morrison per intenderci. Quando canta, però, Jay sente dentro ogni accordo, ogni stacco e i suoi giochi vocali esprimono molto di più di quello che potranno mai fare i loro splendidi testi. Quegli alti e bassi mescolati ti rapiscono mente e orecchie.

I Rival Sons non lasciano nulla al caso, nemmeno nel look. Il chitarrista Scott Holiday è salito con gli occhiali da sole, Jay con il giubbotto di pelle chiuso ad agosto. Stranezze da rockstar presumo. Nonostante le influenze, come dicevo, siano decisamente vintage, il loro sound ha molta personalità.

Terminato il primo brano “Hollow bones part 1″,  Jay saluta il pubblico dicendo ” We are Rival Sons and we play rock n roll”. Jay vorrei farti notare che questa frase è soggetta a copyright: Lemmy Kilmister – Motörhead.

Ripartono con “Tied Up” tratta dall’ultimo album e mi sembra che i volumi siano migliorati, oppure sto diventando completamente sorda dopo anni davanti agli amplificatori. La band prosegue con una versione di “Electric man” a dir poco fenomenale, anche solo per i continui giochi vocali di Jay. Infiniti applausi, mi stanno già facendo male le mani da quanto sto applaudendo.

In tutti ciò Jay non ha ancora accennato nemmeno un sorriso, un classico.

Con “You want to” il pubblico va decisamente in delirio grazie al ritmo incalzante della batteria e queste chitarre puramente hard rock, un po’ come la melodia di questa canzone.

Una volta finita “Memphis Sun”, Jay inizia una sorta di dedica “This song is about loss”, prosegue “è dedicata a quando perdi qualcuno che ami molto, ma sai che prima o poi lo ritroverai”ed ecco il primo accordo di “Jordan” dell’album “Head Down”. Ho letto in rete che ieri sera Jay ha chiesto direttamente al pubblico di Majano quale canzone preferisse sentire fra “Where I’ve been” e “Jordan”, questa sera no, il frontman ha fatto tutto da solo.

Ottima scelta anche perché “Where I’ve been”, una splendida ballad dal testo straziantissimo, è stato il miglior regalo di San Valentino che la band potesse farmi, mentre “Jordan” è la prima volta che riesco a sentirla live ed è semplicemente incantevole. Una melodia delicata e malinconica, in cui il cantante regala a quelle parole un’intensità unica riuscendo a farmi toccare con mano una reale sensazione di addio o meglio di un arrivederci.

Facciamo così, ascoltatela così mi saprete dire che emozioni vi regala: https://www.youtube.com/watch?v=2kakGAlB1zU

Siete curiosi di sentire anche “Where I’ve been”? Ok dai, avete ragione, eccola qui: https://www.youtube.com/watch?v=3s_o2BenLkk

Il mio cuore è coccolato dalla melodia di “Jordan” nonostante il triste significato, però con “Face of light” si scioglie del tutto, specialmente per l’introduzione di Jay:“questa canzone è dedicata ai nostri figli che ci mancano molto”. Sinceramente penso che questa sia la parte più difficile per gli artisti in tour. Lasciare i tuoi figli a casa per mesi, potendoli vedere solo attraverso gli smartphone, non penso sia proprio così facile. E’ vero che stai girando il mondo facendo quello che hai sempre sognato e per cui spesso vieni profumatamente pagato, però i soldi non comprano tutto, specialmente il tempo perso. Vorrei salire sul palco e abbracciarli uno ad uno e dire loro “grazie per i sacrifici che fate per portarci fisicamente qui la vostra musica, grazie di cuore”.

Mentre il mio cervello analizza tutte queste riflessioni, noto che Jay ha ancora le scarpe. Ricordo che mi stupì molto all’Alcatraz vederlo entrare a piedi nudi, con quell’aria mezza hippie semplicemente perfetta. Durante l’assolo di “Face of light” però tornano le buone tradizioni della band e il frontman si toglie le scarpe. Lo so, ho una particolare mania per i dettagli quando vedo qualcuno sul palco, scusatemi.

Vi lascio immaginare su questo brano il capolavoro vocale di Jay. Gli altri membri, specialmente il chitarrista Scott Holiday, è tutta sera che stanno suonando davvero splendidamente.

Il ritmo cadenzato di “Torture” ci immerge nuovamente nella dimensione più rock dei Rival Sons, mentre rallenta con “Soul” che lascia ampio spazio ai riff di Scott e alla tonalità più soul – ovviamente – di Jay. Adorabile, sembra quasi un vecchio classico soul rivisitato con tanto di stacchi, ma sporcato dalla chitarra elettrica. Anche le parole di questo testo sono importanti, come dico sempre:  “I may hurt you darling, I might leave you. I might absentmindedly mistreat you but at the end of it all, and at the end of the day, I only want one thing, I just want you to be you. Don’t give them your soul, save that soul for me”. Se non fossi già in piedi di fronte a voi, mi alzerei in piedi per una standing ovation.

La band continua con “Open my eyes” riconoscibile ai primi tre accordi di chitarra grazie a un’intro quasi ipnotica e continua con “Hollow Bones part 2” per chiudere il cerchio, visto che hanno inziato con la prima parte. Con questa canzone Jay presenta tutti e cinque i componenti della band, incluso il nuovo tastierista.

Siamo alla fine, salutano e ringraziano con tanto di mano sul cuore e un leggero sorriso di Jay. Caspita!

Eppure secondo me è il solito encore, ne mancano almeno due.

Infatti, dopo qualche minuto di break, la folla li chiama a gran voce “obbligandoli” a uscire nuovamente per iniziare “Keep On Swinging” anticipata da un “Guarda che luna” di Jay. Effettivamente la luna è meravigliosa questa sera e guardarla accompagnati dalle note dei Rival Sons la rende ancora più bella.

“Grazie Milanoooo, grazie per aver speso i vostri soldi per qualcosa di reale come la musica live” urla il frontman alla fine del brano, mentre tutti gli altri componenti terminano di suonare e salutano il pubblico durante l’outro.

Non dirlo a me Jay, sono dieci anni che spendo una fortuna per questa meravigliosa passione, più reale di così! Bravo però che te ne sei reso conto, un ottimo ringraziamento quindi “Grazie a voi per essere tornati in Italia e avermi permesso di riascoltarvi”!

Grandissima pecca del concerto: assenza di “Pressure and time”. Ammetto di esserci rimasta male, avrei voluto cantarla a squarciagola, però la band si è pienamente salvata con “Jordan” quindi è più un leggero fastidio.

Che dire signori, chapeau anche questa sera!

Una volta usciti dal palco, entrano i roadie per sistemare gli amplificatori e gli strumenti, così urlo al primo che mi si palesa davanti chiedendo la setlist. Il nulla. Almeno guardami cavoli, mi sto sgolando uffa! Ancora meno di nulla.

Nel frattempo non trovo più Ricky, dove diavolo se n’è andato pure quello?! Mmmmmmm, che nervoso!

All’improvviso mi sento toccare una spalla, mi volto con il mio solito sguardo da “adesso chi cazzo è” e mi trovo di fronte Ricky che con un mega sorriso dice “te l’ho sempre detto che sono un genio, ma tu non mi credi” e mi mette in mano un pezzettino di carta piegato e ripiegato. AAaaaaaaaaaahhhh! Caccio un urlo di gioia fastidiosissimo, innervosendo chiaramente i presenti, ma non posso fare altrimenti scusate!

“Lo so che sei un genio, ma se poi te ne convinci non riesci più a dimostrarlo come ora vedi?”

Ricky scoppia a ridere “sei proprio una paracula eh, dai muoviti che ho fame, troviamo un panino e una birra”

“Agli ordini boss!”

E anche questa c’è! Keeeeeeeep on swiiiingiiing!

*La band ha deciso all’ultimo di suonare “Jordan” al posto di “Where I’ve Been”.

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