RADIOHEAD – I DAYS 2017 – 16/06/2017


Sono nuovamente qui, potrei accamparmi con una tenda nel parco di Monza, sicuramente sarebbe più funzionale se solo non odiassi dormire in tenda. Ieri sera qui agli I-Days mi sono goduta – in parte- i Rancid e il fantastico show dei Green Day.

Camminando, camminando e camminando, dopo meno di ventiquattro ore mi ritrovo nella stessa identica posizione. Anzi no, perché oggi il biglietto è unico, non c’è il pit.

Finalmente ascolterò dal vivo una band che mi ha sempre incuriosito molto e che non sono mai riuscita a vedere live: i Radiohead.

Metto subito le mani avanti: non sono una fan sfegatata dei Radiohead, perché tendenzialmente preferisco un rock più duro e grezzo, però in loro vedo uno stile nuovo e diverso quindi mi sembra giusto e corretto scoprirli senza pregiudizi. Li trovo interessanti, per questo motivo ho scelto di acquistare il biglietto di oggi.

Il cantante, Thom Yorke, è probabilmente una delle persone più “particolari” nel mondo dell’alternative rock, che racchiude in sé un mix unico di stranezza e genialità, musicalmente parlando s’intende.

Fermo restando che molti conoscono questa band solo per “Creep”, siate sinceri, vi racconto brevemente chi sono i Radiohead.

Sfogliando il loro album dei ricordi, la storia della band inizia in Inghilterra fra i banchi di scuola grazie all’amicizia fra Thom e Colin Greenwood (attuale bassista). Siamo a metà degli anni ’80 e i due amici decidono di creare una band reclutando Ed O’Brien, Phil Selway e infine il fratello di Colin, Jonny che diventerà il chitarrista solista dell’attuale formazione, aggiungendo nel corso degli anni le tastiere e il sintetizzatore. Primo singolo: “Creep”. Voi direte, cazzo sono partiti con il botto! Eh no, perché questa canzone inizialmente non piacque a nessuno ed è strano pensare che oggi, invece, è probabilmente il brano più famoso della band, oltre ad essere davvero bellissimo.

Personalmente, nel caso non conosceste questa band, vi consiglio di ascoltare due album: OK COMPUTER e KID A.

Torniamo a noi. Sono in piedi al lato sinistro del palco, la fila per entrare oggi è stata meno tortuosa di ieri, anche perché in realtà mi sono presentata all’alba delle 19.00. Sono scandalosa, me ne rendo conto, ma ieri ho avuto talmente tanto caldo senza potermi nemmeno avvicinare a un punto bar che oggi ho scelto di non rivivere la stessa esperienza. Inutile perché comunque continuano ad esserci almeno 30 gradi.

L’area del concerto è piena, però il pubblico è decisamente diverso rispetto a ieri sera, perché l’età media è leggermente più alta, mentre sono spariti tutti i kilt, gli anfibi neri e le creste punk. Il sole è tramontato e un’intro di piano delicatissima di “Daydreaming” svela la band sul palco, che viene accolta da urla e applausi. Il mood è già chiarissimo: malinconico e introspettivo con una vena ipnotica non indifferente.

I magnifici giochi di luce ci accompagnano in un viaggio verso un’altra dimensione. No, non ho preso nessun allucinogeno anche se secondo me, vedendo alcune espressioni, qualcuno qui ha fatto una scelta diversa dalla mia.

Gli arpeggi di “Desert Island Disk” rendono questo percorso di scoperta intrigante, proprio come il ritmo incalzante di questa canzone.

Premetto che per me non è semplice raccontare le canzoni dei Radiohead perché, se è vero che le influenze di band come gli Smiths, i REM o i Joy Division sono chiare anche a un primo ascolto, le loro melodie contengono in realtà molti elementi ben miscelati, diversi generi come l’elettronica, l’indie e il progressive con tocchi più classici grazie al piano e al tempo stesso duri grazie alle chitarre elettriche. Una cosa è certa: sono canzoni tormentate e questo lo si percepisce già dall’intro. Perfino il timbro di Yorke è sofferto, sembra quasi una costante richiesta di aiuto, un lamento cupo che deve trovare a tutti i costi una via d’uscita per sopravvivere alla complessità della realtà.

Le melodie sono effettivamente molto ricercate e se si desidera comprendere davvero l’intensità dei loro lavori, secondo me è necessaria una determinata condizione di introspezione. Non sono un gruppo che puoi ascoltare così a caso mentre fai la spesa o mentre fai una scampagnata in montagna. Serve di più, serve abbandonarsi a questi suoni così strani, serve lasciarsi trasportare in questo viaggio tra le sensazioni.

Con “Ful Stop” partono anche le chitarre elettriche, come in “Airbag” e “15 Step”. I suoni si stanno facendo lentamente più potenti, specialmente con l’ipnotica “Myxomatosis”. Yorke, in perfetto italiano, dice “Allora, sentiamo poco caldo adesso” e, anticipata dalla registrazione di un commento di una partita di calcio, iniziano “The National Anthem” che ci regala un gioco di luci e laser sublime e decisamente psichedelico.

La band interagisce poco con il pubblico, o semplicemente preferisce farlo a modo suo, attraverso i sintetizzatori e le chitarre. Yorke ha una vocalità molto particolare, sicuramente molto espressiva, specialmente quando si spinge sulle note più alte.

L’atmosfera torna cupa con “All I Need” nonostante la batteria leggermente funk e synt a go go, introducendo “Pyramid Song” in cui Yorke è al piano e Jonny inizia a suonare la sua chitarra come se fosse un violoncello, creando una distorsione molto particolare, che ci accompagna passo dopo passo attraverso tutta la canzone.

Nel frattempo, nonostante l’atmosfera sia cupa e profonda, scoppio in una fragorosa risata perché mentre mi stavo guardando intorno per studiare le espressioni delle persone accanto a me – cosa che faccio spesso a un concerto per capire come lo stanno vivendo anche gli altri – ho beccato l’attimo esatto in cui un ragazzo un po’ barcollante che stava camminando con due birre in mano, si è letteralmente spiaccicato a terra, ma il bello è che, non so come, è riuscito a salvare le birre. Anni di applausi, queste sono le vere priorità, bravo!

Il ritmo incalzante ritorna con i synt di “Everything in Its Right Place” e il funk melodico di “Reckoner” che ci accompagna verso i suoni stranissimi di “Bloom” e di “Weird Fishes/Arpeggi”.

Sono un po’ lontana dal palco, lo so, ho fatto del mio meglio.

Ad ogni finale delle canzoni, le luci creano una sorta di piramide luminosa, per restare nel mood dei Radiohead.

Continuano con “Idioteque”, “The Numbers” ed “Exit Music” seguite finalmente da “Paranoid Android”, fra le mie preferite.

Ho una sete infernale, così decido di spostarmi più indietro per vedere la situazione “bevande”, ma lascio perdere. Coda, sempre e solo coda, che palle. Ritorno al mio posto, anche se questo sound purtroppo su di me ha un effetto fin troppo malinconico, quasi deprimente.

Thom e gli altri salutano ed escono. Ci siamo, ecco l’encore, infatti dopo pochi minuti i Radiohead rientrano e iniziano con la dolcissima “No Surprises”, quasi una ninna nanna anche se il testo è tutt’altro che allegro. Esattamente come in “Nude” e considerando il mio mood attuale, dovrei scolarmi tutto l’alcol presente in tutti i punti bar dell’Autodromo.

Con “2 + 2 = 5” mi riprendo perché, prima di iniziare la canzone, Yorke inizia ad elencare una serie di politici fra cui Renzi, Theresa May, la Tatcher, Donald Trump, insomma tutti quanti e sta per dire “Fuck”, ma sospira solo una “F”. Ci sta, è proprio da lui, ti lascia così appesa a quello che vorrebbe dire o forse perché la prima strofa della canzone inizia con “Are you such a dreamer, to put the world to rights? I’ll stay home forever, where two and two always makes a five”? Chissà, però il sound di questa canzone mi risveglia prepotentemente, proprio come “Bodysnatchers”. Siamo già a 1 ora e 50 di concerto, sto iniziando a cedere.

La tenerezza degli arpeggi di “Fake Plastic Trees” sicuramente non mi sta aiutando per quanto possa essere bella questa canzone che in realtà sembra essere l’ultima della serata.

Ve ne andate senza fare “Karma Police”? Tra l’altro la maggior parte delle persone qui presenti si starà chiedendo “faranno o no Creep?”. Già, ormai non so più da quanti anni Thom & Co. abbiano deciso di eliminarla dalla setlist perché sono convinti che offuschi le altre canzoni. L’ultimo live di Creep, se non sbaglio, è stato nel 2009 al Reading Festival.

Tornano sul palco accolti da tantissimi applausi e iniziano con “Lotus Flower” che termina in un silenzio generale. Vi sento ragazzi, siamo tutti lì in attesa e Thom lo sa perfettamente perché questa pausa è studiata a tavolino, infatti il cantante si fa sfuggire una leggera risata prima di dire a bassa voce “Non posso parlare questa” intendendo probabilmente “non posso dire nulla su questa canzone, allora, andiamo” e la band inizia l’intro di “Creep” mentre il pubblico va totalmente in delirio, centinaia di persone in questo preciso istante avranno esclamato “Cazzo sì, meno male!”.

Questa canzone è davvero stupenda, è dolcissima nella melodia e nel testo anche se un po’ triste visto che Yorke la scrisse in un bagno del suo liceo in un momento in cui si sentiva un totale sfigato a causa del suo occhio paralizzato perché si era preso una gigantesca cotta per una ragazza bellissima.“When you were here before couldn’t look you in the eye. You’re just like an angel, your skin makes me cry. You float like a feather in a beautiful world and I wish I was special. You’re so fuckin’ special but I’m a creep, I’m a weirdo. What the hell am I doing here? I don’t belong here”, ci rendiamo conto della verità  e della purezza di queste parole? Testo splendido, proprio come altri testi dei Radiohead. Dai su, a chi di noi non è mai successo di sentirsi così per una cotta? Forse è proprio per questo motivo che “Creep” piace così tanto, perché è semplicemente vera.

Alla fine del brano, in un perfetto italiano, Thom dice pacatamente “Grazie per questa notte, ciao ragazzi! Grazie” e suona i primi accordi di “Karma Police”. Boato generale. La parte più bella della canzone è la fine in cui tutti noi cantiamo “I lost myself” e Thom ci guarda sorridendo mentre ci accompagna con la sua chitarra acustica.

Peccato non abbiano fatto “High and Dry” e “Burn the witch” che mi piacciono molto, ma devo ammettere che è stato davvero un bel concerto, intenso e particolare.

“Grazie ragazzi, ciao, grazie!” così i Radiohead salutano un pubblico che li ha seguiti per oltre due ore di concerto, o meglio, di viaggio in un’altra dimensione.

Luci accese e la sicurezza ci allontana da sotto al palco. Forza Marty, adesso atterra nuovamente sulla terra perché per tornare alla macchina devi camminare almeno venti minuti.

Voglia ne abbiamo? “I’m a creeeep, I’m a weeirdooo what the hell am I doin’ heeere”.

 

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