GUNS N’ ROSES – PART 2 – LISBONA – 02/07/2017


Prima di partire ho controllato il meteo sul mio iPhone e mi sono detta “Oh, 20 gradi di massima, che bellezza, meno male”. Bugiardo e schifoso traditore, in questa dannata piazza ci saranno almeno 37 gradi all’ombra! Lo butto, giuro che lo butto questo costo. Inizio a drogarmi con bustine di magnesio e potassio altrimenti qui collasso vista la mia pressione tendenzialmente si aggira tra i 50 e 80 di massima. Praticamente un cadavere. Cammino sulla passeggiata in riva al mare verso la stazione di Cais do Sodré da cui parte il treno per raggiungere Algès, il luogo del concerto. Lisbona è invasa da fans dei Guns e ci si riconosce tutti dalle magliette con il logo di Appetite. Vi amo tutti, vorrei abbracciarvi, un po’ meno quelli con la maglietta di Chinese Democracy.

Giunta alla stazione ringrazio di aver fatto il giorno prima il biglietto di andata e ritorno per Algès, altrimenti tre ore dopo sarei stata ancora in fila alle macchinette. Salgo sul primo treno in direzione del concerto. Io e altre 700 mila persone. I vagoni sono pienissimi, meno male che il tragitto è breve e sono solo poche fermate. Infatti, dopo 15 minuti di viaggio scendiamo tutti alla stazione di Algès e ci incamminiamo verso il nostro Paese dei Balocchi, meglio conosciuto come Passeio Marìtimo de Algès.

L’organizzazione sembra ottima, ma essendo le 17.00 (ora lisbonese quindi le 18.00 in Italia) il posto non è estremamente affollato e quindi riesco a superare tutti i controlli velocemente. Mi soffermo un secondo sui controlli, perché ci tengo a sottolineare come siano stati realmente dei controlli di sicurezza. La polizia all’ingresso non solo ti fa aprire la borsa, nel caso delle donne, ma ti fa tirare fuori tutto e ti fa aprire borsette e portafogli. Inoltre, tutti vengono tastati dalle forze dell’ordine. Ammetto che preferisco perdere un po’ più di tempo in fila, ma sentirmi più sicura durante il concerto. Lo vivo molto meglio. Pronta, posso finalmente entrare nel mio attesissimo Passeio Marìtimo de Algès. Il posto è grandissimo, ad un primo sguardo mi sembra più piccolo di Imola. Meglio, così il pit non sarà grande. Ah sì, non ve l’ho detto prima, mi sono presa il Gold Ticket. Se le cose si fanno, si fanno bene, o no? Due aerei, treni, hotel e caldo per vedermeli da almeno 1 km di distanza? Anche no.

L’unico elemento abbastanza fastidioso è il vento fortissimo, anche perché il posto è direttamente sull’oceano, terra battuta e asfalto. Ottimo per i miei stivaletti con il tacco. Lo so, già immagino i vostri commenti, ma non è che all’estero divento più alta eh! Servono anche qui. In ogni caso c’è un vento della madonna.

Entro nella zona del pit ed è praticamente vuoto. Gioia immensa. Senza la minima difficoltà mi piazzo in seconda fila a destra del palco, dove si metterà Slash. Come lo so? Mi sono guardata i video dei concerti prima, chiaro!

Non abbandono la posizione per nulla al mondo. Davanti a me ci sono due ragazze italiane, grandissime! Scopro che sono di Torino e che sono due patite dei Guns. Il 2 giugno deve essere un giorno fortunato. L’anno scorso, nello stesso identico giorno, ho visto il concerto dei Korn dal palco del Gods of Metal con davanti Nikki Sixx. Oggi i Guns in seconda fila sotto al palco. Sono chiaramente dei segni.

Fino alle 19.30 non suona nessuno, si sente solo l’audio delle casse che trasmette la solita playlist a rotazione, sempre la stessa che riparte, facendomi ascoltare tre volte “I Want You To Want Me” dei Cheap Trick. Ok, ma dopo tre volte bastaaa, mettete qualcuno a suonare cavoli! Alle 19.30 in punto salgono sul palco cinque ragazzi di Nashville poco più che 20enni: i Tyler Bryant & The Shakedown. Beh, posso essere sincera? Davvero cazzutissimi. Il cantante, Tyler Bryant è un vero frontman, anche perché è già andato in tour con gente di un certo calibro fra cui REO Speedwagon, Aerosmith, Lynyrd Skynyrd e AC/DC. Il batterista ad un certo punto stacca la gran cassa e se la trascina fino alla fine della passerella che arriva a metà del pit. Un pazzo. Inizia a suonare da lì e gli altri gli si piazzano di fianco e suonano indemoniati tutto l’hard rock dal tocco blues che hanno in corpo. Un vero spettacolo. Qui potete trovare tutte le info sulla band e sulle loro canzoni: http://www.tylerbryantandtheshakedown.com/

Basta divagare, ormai hanno terminato il tempo a loro disposizione, peccato. Momento di pausa per il cambio stage. Decido di fare una rapidissima tappa toilette altrimenti muoio qui all’istante e chiedo alle ragazze di tenermi il posto. Esco dal pit e cammino in direzione della scritta gigante “Toilets” e sento i primi accordi di una band nettamente diversa.

Appena attacca la voce capisco che si tratta di Mark Lanegan. Lanegan è stato il frontman dei Screaming Trees, un gruppo generalmente considerato come grunge e che spesso viene ricondotto a tutta la scena di Seattle degli anni ’90. Non contento nei primi anni 2000 inizia a collaborare con i Queen of the Stone Age con Josh Homme, Dave Grohl e Nick Oliveri. A metà concerto rientro nel pit e riprendo la mia postazione. Lanegan ha una voce molto particolare, estremamente profonda e quasi baritonale. In realtà appena saluta la folla sembra che stia salutando direttamente dagli inferi considerando il tono di voce bassissimo e graffiato, come una persona che riprende a parlare di colpo dopo una notte di eccessi e 200 sigarette e non è riuscito a trovare neanche una goccia d’acqua. Eppure mentre canta non si sente questa voce così rotta. Interagisce poco con il pubblico e non si allontana mai dal microfono. Sinceramente non so quanto possa c’entrare una band di questo tipo in questo contesto, per quanto musicalmente ricercati ed eccellenti. Il pubblico, infatti, mi sembra un po’ spento. Riconosco solo l’ultima canzone “Black Rose Way” degli Screaming Trees. Lanegan e la band salutano, ringraziano ed escono. Mi è un po’ sceso l’entusiasmo, cerchiamo di defibrillare un po’ la folla Lisbona? Dai su!

La mia richiesta non tarda ad essere soddisfatta perché in meno di due minuti inizia un video in cui il logo dei Guns si anima ed inizia a sparare dalle pistole. La folla esplode al primo colpo. Il logo dei Guns resta in rotazione ancora per una decina di minuti, poi inizia la classica canzoncina dei Looney Tunes che in questo tour segnala l’inizio del concerto. Entrano Dizzy Reed alle tastiere, Frank Ferrer alla batteria e Richard Fortus alla chitarra ritmica. Al gruppetto si è aggiunta Melissa Reese, vestita come un cartone animato giapponese con lunghi codini blu paragonabili alla fata Turchina. La folla è già in delirio, lascio immaginare a voi la situazione non appena l’altoparlante annuncia l’ingresso della band con “Lisbon please welcome a band that needs no introduction”. Il delirio totale, miliardi di telefoni al cielo pronti a immortalare il loro ingresso.

All’improvviso, accolti da urla e applausi, entrano uno dopo l’altro Axl Rose, Slash e Duff. Il mio cuore esplode di gioia. Non mi sembra vero di vederli tutti e tre sullo stesso palco, mi sembra surreale. Eppure partono belli carichi con “It’s so Easy”. Io ve lo giuro, ho il cuore in gola, se appoggiaste una mano sul mio petto ora sentireste dei tonfi ben definiti. Nessuno intorno a me riesce a stare fermo. Nemmeno l’idiota che ho dietro, che continua a spingermi. Una piccola ragazza portoghese mezza brilla che barcolla a destra e sinistra con l’intento di ballare. In realtà mi dà solo molto fastidio. Cerco di ignorarla e di prepararmi per “Mr. Brownstone”. Il mio cellulare è passato da 60% di batteria a 30% con una canzone. Oh merda! Come se dovessi salvare il mondo azionando un pulsante, attacco velocemente il cavo USB al carica batterie portatile. Salva! Appena inizia “Mr. Brownstone”, l’imbecille dietro di me mi prende per un braccio e mi sposta mettendosi davanti a me. Ahahahaah. Mio dolce raggio di sole al profumo di rhum, secondo te io sono venuta qui alle 17.00, mi sono messa in seconda fila e sono stata in piedi tre ore per lasciarti comoda al mio posto? Ahahahahaahahahahaah. ILLUSA. Con poca, anzi pochissima delicatezza la riprendo per lo stesso braccio che ha utilizzato per scansarmi, la tiro dietro di me e in un perfetto italiano – lingua comprensibile al mondo intero in questo momento di ira funesta – le dico gentilmente: “No, non hai proprio capito un cazzo, torna al tuo posto”. Non so se sia stato più incisivo il tono, lo strattone o lo sguardo, ma da quel momento è stata un tenero agnellino dietro a cantare nel suo spazietto. Che palle però, mi ha fatto perdere tutta la prima strofa di “Mr. Brownstone”, ho il fumo che mi esce dalle orecchie. Va beh, concentriamoci sulla seconda parte. Axl ha un’energia pazzesca, corre da tutte le parti e grazie alla mia posizione strategica, quando viene verso il lato destro del palco (guardando il palco s’intende) ce l’ho praticamente sopra di me. Da qui riesco perfino a vedere benissimo i suoi occhi e il suo sguardo. Lo stesso identico sguardo di sempre, misterioso, folle, sexy. Tutto. Cerco di immaginarmelo a torso nudo con il kilt. Mamma mia, perché non li ho visti nel ’92. Ah sì, avevo solo 4 anni dannazione. Anche Slash è in formissima, i suoni di quella chitarra sono puro godimento per le mie orecchie. Lui riesce a far cantare le chitarre, chi di voi l’ha ascoltato dal vivo con Myles Kennedy o i Velvet Revolver starà annuendo in questo momento. Cerco di riprendermi da questa botta di erotismo sprigionato da questi due e mi accorgo che stanno già facendo “Chinese Democracy”. Mmmmh. Sarò di parte e troppo fan dei “vecchi” Guns, ma a me questo album non piace proprio, tanto meno il singolo. Ricordo ancora quando vennero a Rho nel 2012 in occasione del Gods of Metal e Axl era con la line up di DJ Ashba e io me ne sono andata ancora prima che finisse il concerto, disgustata dalla sua voce e da come Ashba cercasse di imitare – non riuscendoci – Slash. In realtà a me Ashba piace molto come chitarrista, nei Sixx AM è perfetto, semplicemente perché è sé stesso e non cerca di imitare nessuno. Tanto meno uno inimitabile come Slash. Questo dono, come tante altre leggende del rock, o ce l’hai o non ce l’hai. Ne approfitto per scattare un po’ di foto. Dopo un breve momento di pausa sento “Lisbon, do you where you are?” – boato – “You’re in the jungle baby, you’re gonna diieeeeeeeeee”. BOOOM. Tutti impazziamo, parte “Welcome to the Jungle”!  Non vi dico la quantità di assoli qua e là che sento, voglio morire di gioia. La voce di Axl è davvero molto migliorata, il range vocale è lo stesso anche se nelle note alte a mio parere non graffia più quindi va in falsetto e si sente la differenza. Insomma, dopo 30 anni non puoi cantare come nell’87, specialmente dopo aver sforzato così tanto la voce per renderla così particolare, se non unica.

Parte la batteria con Double Talkin’ Jive – una delle mie canzoni preferite di Use Your Illusion I.  La voce di Axl in questa canzone è illegale per la carica erotica che trasuda. Bassissima e sensuale. Sono troppo di parte forse, me ne rendo conto, ma Axl è stato ed è il mio grande amore platonico, seguito solo da Myles Kennedy. Un’altra piccola pausa e Axl intona “Better”, ma che palle. Ancora con Chinese Democracy, basta!

Meno male che i ragazzi recuperano subito dopo con un capolavoro chiamato “Estranged” in cui Slash fa un numero strabiliante con la chitarra, mi vibrano perfino le ossa e ho i brividi. Stupendo. Li ho ascoltati per così tanti anni che mi sembra davvero un sogno essere qui. Come sarebbe bello avere qui anche Steven e Izzy. Sarebbe tutto perfetto. Con Live and Let Die, il piano mi scalda il cuore. Una canzone delicatissima e al contempo straziante nell’acuto finale (un po’ troppo in falsetto) di Axl. Anche qui assolo della madonna di Slash, ma ormai che ve lo dico a fare? Avete già compreso l’andazzo.

E qui, cari miei, non so come ho fatto a restare in piedi e non svenire. Ho Duff dritto davanti a me sul palco. Riconosco al primo accordo di chitarra, ancora prima della parte di basso, la mia canzone preferita dopo “Sweet Child O’Mine”: “Rocket Queen”. Qui IO impazzisco più della folla, grido come una pazza tutta la mia gioia. Appena inizia Duff, sento i brividi percorrermi lungo tutta la schiena. Non riesco a smettere di sorridere. E’ una sensazione talmente viscerale. Un momento di puro godimento emotivo, fisico e celebrale. Fortus e Slash iniziano quindi un gioco di chitarre semplicemente sublime. Io resto davvero a bocca aperta. Penso solo “grazie a Dio sono qui, l’unico posto al mondo in cui vorrei essere ora”. La parte di assolo e duetto durerà circa 4-5 minuti con tutta la parte che nella versione studio è dedicata ai gemiti di Adriana Smith offerti gentilmente da Axl Rose in sala di registrazione (ai tempi lei era fidanzata con Steven Adler). Cosa non si fa per rendere una canzone perfetta, eh?

Questa canzone dovrebbe durare due ore almeno, forse così mi stancherebbe. La band prosegue con l’adrenalina di “You Could Be Mine” e qui scoppiano i primi fuochi pirotecnici. Tutto il Passeio Marìtimo de Algès canta più forte di Axl. Meraviglioso.

Dopo una breve intro di “You Can’t Put Your Arms Around A Memory”, Duff prende la scena sul palco e inizia New Rose (la trovate nell’album The Spaghetti Incident), lasciando il posto ad Axl per “This I Love” (lo ammetto, la voce di Axl è mooolto tirata sul finale, uffa), fino a uno dei momenti più intensi del concerto: “Civil War”. Fin dal fischio iniziale di Axl, cantiamo tutti all’unisono. Un momento davvero profondo, anche perché la canzone ha un testo importante dal punto di vista sociale. Vi dico solo che il ritornello dice:

“My hands are tied

The billions shift from side to side

And the wars go on with brainwashed pride

For the love of God and our human rights

And all these things are swept aside

By bloody hands time can’t deny

And are washed away by your genocide

And history hides the lies of our civil wars”

Dopo questo momento di unità, Axl e la band rendono omaggio al grandissimo Chris Cornell interpretando “Black Hole Sun” dei Soundgarden di cui Axl dimentica le parole in alcuni passaggi. Va beh William (vero nome di Axl), chiuderemo un occhio su questo.

Con mio grande stupore, percepisco le prime note di “Coma” che non ho MAI e ripeto MAI sentito dal vivo. Che emozione! La canzone parte con un video di un elettrocardiogramma che va perfettamente a ritmo della batteria fino all’attacco di Axl, il quale, terminata la canzone, presenta tutti i componenti della band partendo da Mr. Duff McKagan fino a “and on the guitar (pausa) Slash”.

Quest’ultimo inizia dunque il suo assolo, partendo con “Johnny B Goode”, passando per il suo iconico “The Godfather Theme” e terminando con quel capolavoro dei Guns chiamato: “Sweet Child O’ Mine”, una meravigliosa lettera d’amore alla sua ex findanzata Erin Everly, che successivamente è divenuta perfino sua moglie. Beh, vorrei vedere caspita, con una dedica del genere vuoi non sposarlo?

Io non so se qualcuno di voi abbia mai assistito ad un assolo live di Slash, ma credetemi, toglie il fiato. Resterete fissi a osservare ogni centimetro di quella chitarra e la sentirete letteralmente cantare. Il suono deciso vi attraverserà come una botta di energia incredibile e le vostre terminazioni nervose proveranno qualcosa che non hanno mai percepito prima d’ora e ne vorranno sempre di più.

Alle prime note di “Sweet Child O’Mine” cerco di ributtare indietro la commozione, ho una tale gioia nel cuore che le lacrime sembrano voler uscire a tutti i costi. Meno male che la mia parte emotiva lascia spazio a quella da rockstar e inizio a cantare ogni singola parola insieme ad Axl Rose – che tra l’altro inizio a sentire vocalmente un po’ stanchino – ci penso io a stendere le orecchie dei miei vicini con acuti in falsetto improponibili, non ti preoccupare William. Non a caso è la suoneria del mio telefono. Ogni volta che mi suona il cellulare in un luogo pubblico tutti si voltano come per dire “che tamarra con quella suoneria”. Beh, fatevi gli affari vostri, grazie. Io la lascerei suonare ogni volta non rispondendo a nessuno.

Cerco di abbassare il livello di adrenalina, ma i ragazzi decidono di suonare “Out Ta Get Me” e quindi mi tocca continuare a cantare e saltare come una pazza. Subito dopo, però, la situazione si calma con la cover di “Wish You Were Here” dei Pink Floyd in cui Slash e Richard Fortus fanno un altro duetto. Notevole, decisamente notevole. Izzyyy dove seii???

Il “duet” dei chitarristi termina con Axl seduto ad un enorme pianoforte a coda nero che è magicamente spuntato da sotto al palco. Ci siamo, è l’ora di November Rain. Sicuro. Invece no, parte “Layla”. Ma no dai, non fare scherzi. Infatti, dopo un’ottima rivisitazione strumentale di Layla, il buon Axl suona i primi accordi di November Rain regalando al pubblico attimi di pura gioia! Le migliaia di persone presenti cantano più forte di Axl. Il livello di felicità culmina con l’intro di “Only Women Bleed” che si trasforma in “Knockin’ on Heaven’s Door”, che però percepisco essere leggermente diversa, qualcosa non mi quadra. Probabilmente alcune parti non riesce più a cantarle come nel ’92. Amen, ripenserò alla versione del Live in Tokio (che tra l’altro vi consiglio di ascoltare/vedere assolutamente qualora non l’aveste ancora fatto, resterete incollati allo schermo).

Torniamo a noi, anche perché qui dopo un brevissimo momento di pausa è partito il fischio di un treno. Mi sa che mi devo preparare perché ho come il sentore che con Nightrain qui inizierà il delirio cosmico. Infatti, al primo accordo di chitarra, io stessa caccio un urlo che assorda totalmente il signore che ho di fianco, che è la fotocopia di Peter Griffin, ve lo giuro, identico. Scusa Peter, non ho davvero resistito. Le tue orecchie un giorno capiranno. Solito incantevole assolo di Slash lungo almeno un minuto intero, anche se inizio a sentire un Axl Rose molto tirato di voce. Ahia, ci sta abbandonando, lo sento. Questi acuti in mezzo falsetto proprio non mi vanno giù.

Encore.

Dai su, muovetevi a rientrare perché dopo oltre quattro ore in piedi non ce la faccio più, i miei piedi chiedono pietà. Finalmente sento quel famoso fischio e la mia mente ha già ricreato la scena del video in cui sono tutti nello studio di registrazione pieno di tappeti. Esatto, è “Patience”. Bravi!

Subito dopo Axl dice “And now a very passionate song that I sang about a year ago, that Guns have done since the first time we came to Europe”. Ho già capito.

ANTEFATTO: nel 2016 Axl Rose ha sostituito il cantante degli AC/DC Brian Johnson durante il tour europeo (tra cui Lisbona) degli AC/DC a causa dei gravi problemi di udito del cantante. Vocalmente è stato un successo per Axl, peccato che abbia dovuto fare gran parte dei concerti con il piede rotto e seduto sul trono di chitarre prestatogli per l’occasione da un altro che di rotture sul palco se ne intende: un certo Dave Grohl. Anche Dave ha portato avanti un tour cantando da seduto su questo trono con la gamba alzata. Chi fa rock non molla mai un cazzo, ve l’ho detto, è un’attitudine non un genere musicale.

E quindi a questo punto parte Slash con…Whole Lotta Rosie (nome tra l’altro della cagnolina di Axl)! YES! Folla impazzita, saltano tutti, attorno a me gomitate, piedi pestati, insomma il casino totale che ovviamente non si placa minimamente, anzi.

Eh sì, miei cari, perché la canzone successiva la si riconosce davvero al primissimo accordo per il suono della chitarra di Slash che per l’occasione è illuminato da un faro sulla pedana, proprio come in “Sweet Child o’mine”. E’ lei, è il gran finale! Take me down to the paradise city where the grass is green and the girls are pretty! Canto davvero come se ci fossi io su quel palco. Forse sarebbe meglio anche perché, essendo ormai alla fine di un concerto durato praticamente tre ore, la voce di Axl non c’è più e sta facendo una fatica immane, si sente. Dai resisti William, il mio cuore è comunque con te.

Arrivati al momento della canzone in cui inizia la parte veloce che segue l’acuto di Axl, esplodono fuochi d’artificio, chitarre impazzite e dal cielo piovono listerini di carta che cadono delicati come petali su oltre 50.000 persone. Una grandissima festa per tutti.

Salutano, si inchinano tutti insieme davanti all’immensa folla che si dispiega davanti ai loro occhi nonostante i fari bianchi puntati dritti nei loro occhi.

Un grazie immenso reciproco da parte di entrambe le parti.

Appena riconosco la solita playlist provenire dalle casse, torno lucida perché devo vedere se ci sono e dove sono le setlist. Inizio a scannerizzare ogni centimetro del palco. Non ci sono. Oh cazzo e ora?

Inizio a urlare da sotto al palco a tutti i roadies possibili e una buon’anima mi guarda e molto gentilmente mi dice “I’m sorry babe, they’ve just monitors” che tradotto vuol dire “Sfigata guarda che le scalette son per pezzenti noi qui abbiamo i monitor”. Nuuuooooo, perché la tecnologia mi deve rompere i coglioni in questo frangente! Le scalette si DEVONO sempre avere, è un segno di rispetto per i fan. Mi sento tradita. E vecchia, lo ammetto. Mi correggo: OLD SCHOOL.

Va bene, accetto la sconfitta ragazzi, ma solo perché ho avuto di fronte a me per tre ore il mio gruppo preferito (insieme agli Alter Bridge, sia mai), altrimenti sarebbe finita male, molto male.

Il mio stomaco inizia a brontolare, non ho mangiato ancora nulla, ma non avete idea della fila che c’è davanti ad ogni stand. Inavvicinabili. Meno male che in lontananza sento un dj set rock. Oh che figata, ho talmente tanta adrenalina in corpo che non ho voglia di tornare in hotel.

Sempre con i miei scarponcini con il tacco mi sposto verso la pista da ballo (un pezzo di prato scapestrato) e inizio a ballare tutti i classici pezzi proposti dai dj rock di tutto il mondo: Green Day, Rage Against the Machine, Metallica e così via. Sono le due. Oh cazzo, ma io dovevo prendere il treno. Quanto sono idiota da 1 a 10? 15.Ero così presa dal concerto e dal divertimento che mi sono SOLAMENTE dimenticata di essere lì in treno. Scema, scema e ancora scema. Ultima corsa? La signora della biglietteria mi aveva detto 01.30. E adesso? Va beh, calma, non sono in Zimbawe, ci sarà un taxi, no?

Ecco, sappiate che la qui presente Miss “ma si tanto prendo un taxi”, si ritrova a camminare per oltre 2 km (sempre con i suoi scarponcini con il tacco) in direzione Belèm alla disperata ricerca di un taxi. Mi viene da piangere, non avete idea del male che sto patendo alle ginocchia e alle piante dei piedi. Ovviamente tutte le persone accanto a me hanno Uber e sono stati recuperati in men che non si dica. Voi direte, beh scaricati l’app e chiamalo anche tu. Ehm, lo farei se non fosse terminato il traffico dati. Quando si dice “una serie di sfortunati eventi”. Sembra un film, non ci credo. Mi siedo dolorante e sconsolata in una piazzola con altre persone che, stanche, attendono anche loro una macchina che le venga a recuperare. Con il telefono provo a chiamare il numero taxi, ma essendo chiaramente solo in portoghese non capisco un tubo.

A questo punto c’è solo una cosa da fare: mettersi dal lato della strada (sperando di non essere scambiata per altro o rapita) e sbracciarmi appena scorgo un taxi. Eccolo, eccolo…ma noooo dai fermati cazzo! Uff, non ce la farò mai. Mentre dico queste parole, un taxi rallenta proprio vicino a dove sono io. Faccio uno scatto paragonabile solo a Bolt (il mio spirito di sopravvivenza ha battuto il male), raggiungo il finestrino dell’autista e in un inglese spagnoleggiante lo prego di farmi salire e di portarmi in hotel.

Il signore, davvero gentilissimo, capisce la mia situazione e mi accompagna in hotel. Un santo.

Mi trascino dolorante fino alla camera, mi tolgo le scarpe praticamente all’ingresso e le lancio il più lontano possibile urlando “Mai più tacchi, da domani solo ciabatte”. Fino al prossimo concerto 😉

 

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