PLACEBO – FIRENZE ROCKS – 23/07/2017


Dovremmo esserci, i passeggeri del vagone iniziano a prepararsi per scendere alla stazione di Firenze e in pochi secondi io e Ricky passiamo da 20 gradi a 38. Voglio svenire. Posso risalire e arrivare fino a Napoli per favore?

Sigaretta di rito per Ricky e poi alla ricerca del taxi. Sono già troppo esausta per riuscire a raggiungere qualsiasi luogo in altro modo.

Seguiamo l’indicazione “Taxi”. Caspita qui è un vero via vai, c’è una confusione di persone e lingue, un vero melting pot. Usciamo dalla stazione e non possiamo non notare l’immensa coda alla fermata dei taxi con un tempo di attesa stimato di oltre 1h 30. Anche no.

Tentiamo di fermare un taxi all’angolo prima (lo so, non si fa, però è tardi, ho fame e ho caldo). Nulla, nessuno si ferma. Sono tutti corretti e disciplinati, dannazione!

Idea! “Ricky spostiamoci da qui e chiamiamo un taxi da un’altra via”. Nulla, ci spostiamo davanti a un hotel qualche via dopo, ma il centralino continua a ripetere “Ci dispiace, ma non ci sono vetture disponibili nella sua zona”. Uffa! Fa un caldo torrido, è l’una e io ho una fame allucinante.

Decidiamo di fermarci a pranzo, così da evitare una mia crisi isterica in astinenza di magnesio e potassio. Nel ristorante in cui ci siamo fermati chiacchieriamo con la proprietaria, una texana dal forte accento toscano simpaticissima che ci avvisa che domani sera il Comune chiuderà tutto il Lungarno perché sarà la festa di San Giovanni, patrono della città, e sono previsti i fuochi d’artificio sul fiume. Santo cielo, tutto questo weekend deve succedere? Che culo! Non bastava un festival rock di tre giorni, aggiungiamoci San Giovanni e la finale del tradizionale calcio storico. Immaginate il casino che c’è a Firenze in questi giorni?

Considerati i duemila gradi esterni l’unica soluzione per raggiungere l’Ippodromo del Visarno senza diventare una gelatina (ustionante) è prendere un taxi. In tre minuti Ricky ed io ci ritroviamo rinchiusi in un igloo motorizzato, alla costante temperatura di -50 gradi. Ovviamente, non appena apro la portiera e appoggio il piede fuori dall’auto ho un mancamento, mi scontro con un muro di calore tanto da farmi mancare il respiro.

Questa sera saranno i Placebo ad aprire il concerto degli Aerosmith, scelta alquanto particolare visto che le due band hanno tendenzialmente due pubblici differenti essendo i primi molto più alternative rispetto all’hard rock dei ragazzi di Boston. In ogni caso sono molto bravi e li ascolto volentieri, peccato solo che non abbiano più quel figo assurdo del batterista punk Steve Forrest. La prima volta che lo vidi dal vivo nel 2009 al Palasharp di Milano rimasi senza parole. Davvero stupendo oltre che bravo.

Mentre cerco di riprendermi, Ricky controlla il biglietto per capire il nostro ingresso. Per la data di oggi e domani abbiamo scelto di comprare il biglietto Gold che permette di stare nella zona del festival chiamata PIT, quasi sotto al palco. La distanza dipende sempre da quanto spazio riservano ai pacchetti VIP.

Ci avviciniamo all’ingresso riservato al nostro tipo di biglietto e subito faccio caso ad un elemento fondamentale: non c’è coda, nemmeno agli altri ingressi. Dopo tre giorni di I-Days resto perplessa. E’ vero che è un po’ tardi rispetto al solito, non ho guardato l’orologio, ma saranno almeno le 18 o giù di lì. Com’è possibile che qui non ci sia fila? Non lo so, eppure questo posto terrà almeno 50.000 persone e sono circondata da migliaia di fan in questo preciso momento. Mistero.

Addirittura i controlli sono ancora più puntigliosi, non solo gli addetti alla sicurezza mi tastano la borsa, ma l’appoggiano su un tavolo e una volta aperta, controllano gli effetti personali all’interno e in tutto questo continua a non esserci coda. Bah, mi sembra incredibile, ma è tutto vero. Ottimo!

Controllo passato e braccialetto PIT messo, ci siamo, finalmente dentro!

Mentre ci dirigiamo verso il PIT ascolto in sottofondo i Deaf Havana che stanno suonando in questo momento. Non sono proprio il mio genere, anche se il loro sound mi sembra decisamente più ascoltabile rispetto agli inizi. Con il vecchio cantante avevano un approccio più post-hardcore, azzarderei quasi emo. Meglio così, il genere emo non è mai stato fra i miei preferiti. Ricordo ancora con un sorriso il concerto degli Alesana – gruppo totalmente emo – in cui il cantante si lanciò dalle casse del Musicdrome di Milano sperando di fare stage diving, ma nessuno lo prese e lui si rialzò con tutto il viso insanguinato. Altro che concerto emo, non ho mai riso così tanto, poverino.

Nell’attesa del concerto iniziamo a sparare cavolate con i ragazzi di fianco. Come molti di voi sapranno, uno degli aspetti più belli dei festival e in generale dei concerti è la facilità con cui si stringe amicizia.  Si è tutti lì per lo stesso motivo, la stessa passione e questo rende l’approccio molto semplice, quasi fossimo già tutti amici, tranne quando quello dietro di te ti spinge in avanti senza motivo o lancia la birra alle file davanti da gran burlone, ecco, lì siamo decisamente nemici.

I Deaf Havana hanno appena finito e i roadies iniziano con il cambio palco, ma non appena gli schermi iniziano ad illuminarsi, sento un vero boato. Si vede poco perché il sole è ancora abbastanza alto. Accolti da urla e applausi entrano Brian Molko e Stefan Olsdal suonando “Pure Morning”, la prima canzone.

Momento da donna acidissima: raramente commento i look delle rockstar perché penso che ognuno sia libero di salire sul palco come preferisce, però quello che i miei occhi hanno davanti non va bene.

Sei Brian Molko, per quasi tutte le fan dei Placebo sei da sempre l’oggetto del desiderio più recondito, canti canzoni che molto spesso hanno sonorità profonde e accattivanti, NON ti puoi presentare con pantaloni a pinocchietto di jeans e camicetta nera a maniche corte. NO, NO E NO! Dov’è la pelle? Dov’è la rete? Dov’è il latex? Uffa.

Tornando a commenti più seri ed interessanti, i Placebo sono una band che musicalmente ha realizzato dei brani molto profondi e tormentati, un po’ come le loro sonorità. Mi vengono in mente “Nancy Boy” oppure “Twenty Years” o “Special Needs”. Album migliore, secondo me, “Sleeping with Ghosts” che vi consiglio caldamente. Ho sempre considerato Brian Molko un frontman discreto e un po’ distaccato, ma nonostante questo estremamente carismatico. Più va avanti a cantare e più mi rendo conto che continua ad essere effettivamente un frontman in grado di catalizzare l’attenzione sul palco pur non muovendosi troppo, non si può fare a meno di ascoltarlo o di guardarlo, ruba il tuo sguardo.

Dopo “Loud Like Love”, “Jesus’ Son” e “Soulmates”, la folla esulta ai primi accordi di “Special Needs”. Vocalmente Molko oggi è davvero eccellente, nonostante il sole puntato dritto negli occhi, sembra di ascoltare la sua voce direttamente da CD o da Spotify, visto che molti non usano più i CD.

Si susseguono “Too Many Friends”, “Twenty Years” cantata da tutti i presenti all’unisono e poi finalmente una delle mie preferite, soprattutto per il sound, “For What It’s Worth”. Tutti stiamo saltando e ballando al ritmo incalzante di questo pezzo. Che figata!

Ovviamente in questo preciso istante un addetto alla sicurezza decide di annaffiarci con una sorta di pistola d’acqua gigantesca. Grazie eh, non vedevo l’ora di farmi una mega doccia ascoltando i Placebo. In realtà intorno a me sono tutti contenti di questo getto refrigerante quindi accetto di buon grado e senza lamentarmi, incredibile.

Riconosco “Slave to the Wage” e poi subito “Special K”, canzone melodicamente stupenda dal testo forte, vi dico solo che la K di Special K è riferito a “Ketamine” ossia la chetamina. Testo abbastanza pesante, che paragona la sensazione della droga a quella dell’innamoramento “No hesitation, no delay, you come on just like special K” che tradotto sarebbe più meno “Senza indugio né esitazione arrivi come la chetamina”. Una dichiarazione originale, diciamo.

Poi ancora “Song to Say Goodbye”, “The Bitter End” e “Nancy Boy”, canzone che dopo solo un mese è volata al quarto posto della UK Singles Chart ed è proprio su questo brano che Stefan sceglie di utilizzare la sua chitarra arcobaleno, a sostegno di tutte le persone che desiderano essere sé stesse nonostante i giudizi e le discriminazioni.

I Placebo concludono con “Infra-red”, salutano e vanno via, ma manca l’encore quindi torneranno sul palco sicuramente. Eccoli di nuovo già di fronte a me intonando “Running Up That Hill”. Questa è davvero l’ultima, ringraziano il pubblico ricevendo un caloroso applauso e si allontanano verso le quinte. Beh, li ricordavo bravi dal vivo, però ammetto che oggi hanno proprio spaccato.

Sono già stanca, voglio sedermi e sono qui solo dalle 18 più o meno, sarà la vecchiaia.

Nell’attesa di assistere al concerto degli Aerosmith, ho perso Ricky che ha avuto il coraggio di andarsi a prendere una birra, scavalcando tutti quelli dietro, anche perché siamo riusciti ad arrivare, non so come, in seconda fila quindi vedo benissimo e nessuno mi schioderà mai di qui, piuttosto svengo.

Vuoi sapere com’è stato il concerto degli Aerosmith? Leggi QUI.

 

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