GUNS N’ ROSES – IMOLA – 10/06/2017


I Darkness hanno appena finito e io sono elettrizzata, adoro Justin Hawkins, il suo modo di fare così ironico, il suo accento così british, le sue tutine attillate di colori improponibili e totalmente kitch. Adorabile.

Mi calmo, anche perché mi devo preparare emotivamente e fisicamente per la prova più dura e aspettata: i Guns N’ Roses.

E’ vero, li ho già visti a Lisbona e QUI potete leggere il racconto, ma vederli a casa propria è tutta un’altra storia credetemi.

Ovviamente ho fatto amicizia con tutti i ragazzi qui di fianco perchè dopo dieci ore di stenti alla fine sono diventati quasi come parenti, ci si passa acqua, birra, fazzoletti, di tutto.

Davanti a me ho perfino visto gente giocare a carte, l’atmosfera è conviviale, molto bella e molto calda, praticamente un forno nonostante l’ombra sia arrivata intorno alle 17.00. Bah.

Mancano ormai pochi minuti alle 20.45, mi guardo attorno e dietro di me vedo centinaia di persone, perfino sulla collina, ma quanti cavolo siamo? Bellissimo!

Il 17 luglio del 1993 i “vecchi” Guns fecero il loro ultimo concerto all’Estadio River Plate di Buenos Aires davanti più o meno a 80 mila persone, meno di oggi. Quella fu l’ultima data del tour di Use Your Illusion e anche l’ultima esibizione dal vivo del gruppo in formazione più o meno completa perché già mancava Izzy Stradlin, sostituito da Gilby Clarke proprio prima di iniziare l’ultimo tour.

Insomma, una band con una storia lunga, ricca di controversie, di rapporti deteriorati, di mogli ingombranti e segnata da differenze “artistiche” incolmabili, che però in occasione del trentesimo anniversario dell’album di esordio “Appetite For Destruction”, il più venduto e quello che, come sapete, mi ha condotta sulla strada del rock’n’roll, torna sui suoi passi e aggiunge capitoli alla saga.

Ebbene sì, perché i tre pilastri dei Guns: Slash, Duff e Axl si sono detti “Ora o mai più” e quale migliore occasione se non i 30 anni dell’album che li ha resi delle vere leggende?

Reunion sì o no? Domanda da 1 milione di euro. Sicuramente come direbbe D. “business is business” e i cachet che girano non sono bassi, anzi si parla di 3.5 milioni di dollari a data, però sono troppo fan dei Guns per valutare obiettivamente, perché sono 30 anni che aspettavo di vederli insieme sul palco, quindi lascio a ognuno di voi il suo commento.

Una cosa è certa: avrei sicuramente preferito che ci fossero anche Izzy e Steven sullo stesso palco, o per lo meno Matt Sorum al posto di Frank Ferrer, però 3 su 5 non mi sembra male dai, a volte bisogna accontentarsi. Ho sperato fino all’ultimo a Lisbona di vedere apparire per qualche canzone la chioma bionda di Adler, ma nulla, mi sono arresa. Ci terremo Richard Fortus, Dizzy Reed, Melissa Reese e Frank Ferrer. Sono dei gran musicisti ed è giusto riconoscerli come tali, anche se non hanno fatto la storia come i due mancanti.

L’ultima volta che ho visto i “nuovi” Guns N’ Roses fu nel 2012, mi pare, quando Axl viaggiava in tour con DJ Ashba come chitarrista solista e metà della gente presente questa sera ossia Fortus e Ferrer. Vi dico solo che ero talmente inviperita dalla totale mancanza di voce di Axl e dallo scandaloso suono delle chitarre – rispetto a quelle dei veri Guns – che me ne andai ancora prima della fine del concerto. Pessimo ricordo.

Meno male che poi DJ Ashba ha trovato la sua perfetta collocazione nei Sixx AM in cui mi piace un sacco, anche perché è impossibile imitare l’inimitabile. Per quanto ci siano tantissimi chitarristi tecnicamente anche migliori, Slash per me rimane uno dei migliori chitarristi al mondo più che altro perché ha un tocco che riconoscerei ovunque, un po’ come Joe Perry o Sambora. Tecnicamente dovremmo aprire una grande parentesi e invitare alcuni chitarristi blues. In ogni caso per me Slash resta inimitabile e INSOSTITUIBILE.

Bando alle ciance, torniamo a noi.

Sono circa le 20.40 e finalmente, dopo la classica sigla dei Looney Tunes, la voce dell’altoparlante li annuncia! Eccoli che entrano, prima Ferrer, Dizzy, Richard e Melissa. Uno dopo l’altro entrano correndo anche Axl, Slash e Duff. Provate a immaginare più di 90.000 persone (secondo me siamo anche 100.000, ma non importa) che all’improvviso esplodono di gioia.

Un boato immenso, riesco quasi a percepire dalla seconda fila l’onda d’urto. Indescrivibile, proprio come le emozioni che ho dentro nel rivederli di fronte a me. Iniziano con “It’s so easy” alla grandissima. Ho un groviglio unico e inspiegabile di sensazioni nello stomaco e di fianco a me ho gente che piange. Vi capisco, la prima volta che ho visto Slash in carne ed ossa di fronte a me a Milano ho pianto anch’io, quindi ve lo concedo eccome.

I ragazzi continuano con “Mr. Brownstone” cantata da tutta Imola che al tempo stesso salta a ritmo di musica. L’arrivo di “Chinese Democracy” lo si percepisce subito dal gelo che cala sull’Autodromo, perché quasi nessuno sta cantando, quasi tutti ne approfittiamo per fare video e foto, anche perché alla frase “Do you know where you aaaare? You’re in the jungle baby, you’re gonna diiiiiiieeeeee” Imola esplode di gioia, intonando tutta e dico tutta “Welcome to the Jungle”.

Allora, affrontiamo subito il discorso “non sono più quelli di un tempo”. Sarò schietta e metterò tutte le carte sul tavolo.

Sono diversi, questo è ovvio. Sono passati 30 anni, chi non lo sarebbe? Sono sicuramente diversi dal ’93, figuriamoci rispetto al 1987. Consideriamo, però, che nel ‘93 erano – in parte – ancora la line up originale, ossia giovani rocker con il testosterone a mille nei migliori anni del Sunset Strip, con qualsiasi sostanza stupefacente e nociva all’interno del proprio corpo e che all’epoca le canzoni erano nuove per loro e per il pubblico. Un elemento, a mio parere, non indifferente. Per questo motivo direi che sono diversi, ma non peggiori. Si nota che non c’è molta comunicazione tra i membri della band e questo mi conferma maggiormente il reale motivo della reunion: money.

In realtà, pensandoci bene, nemmeno durante i vecchi live interagivano molto fra loro, anche perché era impossibile considerando che Axl non restava fermo sul palco nemmeno un secondo. Ognuno ha sempre fatto un po’ quel cavolo che voleva all’interno di questa band e soprattutto on stage. Quello di questa sera, invece, è uno show molto studiato nei dettagli e nelle mosse di ognuno, meno collaborazione (o stanchezza?), ma comunque un grandissimo show. Axl sta letteralmente rispondendo con la sua voce a quelli che da almeno dieci anni gli danno contro chiamandolo “gallina obesa”, “hot dog che strilla” e tanti omaggi creativi. Ben fatto Axl, questa sera non potevi dare migliore risposta per farli tacere finalmente!

Il concerto continua con il ritmo incalzante e meravigliosamente grezzo di “Double Talkin’ Jive” in cui la voce di Axl è rimasta sexy proprio come anni fa. Segue “Better”, ballad di Chinese Democracy che, come avrete intuito, non è proprio fra i miei album preferiti, anzi.

Mi tocca ammettere, però, che Slash mi è apparso un po’ sottotono rispetto ai suoi (comunque altissimi) standard. A Lisbona quelle chitarre cantavano, questa sera suonano – divinamente – ma suonano. E’ solo voler rompere i coglioni? No, mi dispiace, ma se penso una cosa la dico, anche se si tratta di una leggenda come Slash, che per altro adoro.

Finalmente le mie orecchie riconoscono le prime note di “Estranged”, brano incantevole di Use Your Illusion II, in cui Axl dimostra tutto il suo ampio range vocale, anche questa sera. Infatti, la voce è decisamente molto meglio del concerto di Lisbona. “Live and Let Die” e l’acuto finale formidabile, mi confermano che Axl questa sera è davvero in gran forma, probabilmente trovarsi più di 90.000 persone davanti che urlano come pazze a ogni suo minimo gesto o suono l’hanno entusiasmato non poco.

Sono quasi del tutto afona, però sono talmente euforica che continuo a cantare ogni singola parola come se fossi su quel palco. Figuratevi la mia reazione non appena percepisco la batteria e la linea di basso di “Rocket Queen”. Ovviamente mi parte un urlo di diaframma bello corposo in grado di assordare completamente tutti coloro che malauguratamente si trovano nei paraggi. Slash ha da subito qualche problema con il talkbox, amen, continua e non fermarti Saul!

Me la sono goduta tutta, dal primo all’ultimo accordo, grazie anche alla voce incredibilmente perfetta di Axl. Che regalo immenso che mi stai facendo questa sera William (vero nome di Axl Rose)!

Il tempo di tirare un sospiro e riprendere un po’ di aria nei polmoni che subito ricominciano con “You Could Be Mine”, scatenando il delirio generale. Nel frattempo, di fianco a me è appena scoppiata una rissa fra due ragazze, che hanno iniziato a discutere perché quella davanti “si sta muovendo troppo” e sta infastidendo quella dietro. Non vorrei buttare ulteriore benzina sul fuoco, ma tu, ragazza dietro, sei nel pit del concerto dei Guns N’Roses in terza fila, hai dietro per lo meno altre 10.000 persone (solo nel pit), come puoi pretendere che le persone stiano calme e tranquille quando hanno davanti i Guns? Se avessi voluto vedere tranquillamente il concerto senza spintoni, avresti potuto vederlo dal fondo del pit, che dici? Dai su, per cortesia, che mi state distraendo da “You Could be mine”.

La palla ora passa a Duff che, al contrario di quanto fatto a Lisbona ossia “New Rose”, questa volta mi regala una carichissima versione di “Attitude” dei Misfits. Un susseguirsi di emozioni con “This I love”, quel capolavoro chiamato “Civil War” cantato e fischiato interamente da tutti i presenti, “Yesterdays” e infine, udite udite, “Coma”, tratta dall’album “Use Your Illusion I” e cantata live per la prima volta in questo tour (considerando anche il tour americano) dopo ben 24 anni (dal 1993).

Da qui in poi la Gibson Les Paul di Slash prende vita tra il classico assolo de “Il Padrino” e Johnny B. Goode di Chuck Berry. Ogni volta che sento questa canzone mi viene sempre in mente la scena del ballo della scuola di Ritorno al Futuro in cui Marty McFly dice “questo è un pezzo un po’ vecchio dalle mie parti, ok ragazzi questo è un blues con il riff in Si perciò occhio agli accordi e statemi dietro” e alla fine della canzone, vedendo le facce dice “penso non siate ancora pronti per questa canzone, ma ai vostri figli piacerà”. Ancora rido ripensandoci, piacerà eccome!

Scusate, ogni tanto mi perdo.

Una volta finito l’assolo, tra il pubblico cala un silenzio quasi religioso perché tutti abbiamo già capito cosa sta per succedere. I telefoni sono già pronti e alzati. Slash si posiziona al centro della pedana, illuminato da quello che in gergo tecnico viene definito “occhio di bue”, ossia quella luce bianca fissa su una persona, tale da illuminarla completamente.

A questo punto abbiamo tutti il fiato sospeso perché stiamo aspettando con ansia quell’accordo, che finalmente arriva, lasciandoci tutti a bocca aperta: l’intro di “Sweet Child O’Mine” che, come ormai sapete, è da sempre la mia suoneria del telefono. I brividi mi attraversano tutta la schiena, sono così felice di sentire ancora questa canzone dal vivo che l’unica cosa che riesco a fare è chiudere gli occhi e sorridere. Semplicemente perfetta. Guardo il mio amico Zure di fianco a me con gli occhi ludici “Lo senti cazzo?”, lui si gira verso di me con uno sguardo dolcissimo e mi sorride “Sì Marty, è perfetto cazzo”. Ci sembra incredibile eppure stiamo realmente vivendo questo momento e queste emozioni. Pazzesco.

Devo calmarmi altrimenti mi esplodono le coronarie, sto saltando e urlando da oltre 1 ora e 30 ormai, ma come cavolo faccio se sta iniziando già “My Michelle”!?

Meno male che una splendida versione strumentale di “Wish You Were Here” dei Pink Floyd in cui questa volta la chitarra canta davvero, mi obbliga a rallentare il ritmo e a godermi il “duet” di Slash e Richard Fortus.

Vi lascio un assaggio in questo video, cliccate QUI.

Nel frattempo mi accorgo che sulla pedana è spuntato il mega pianoforte a coda di Axl e ciò significa solo una cosa: “November Rain”, che però viene anticipata dall’intro di “Layla”di Clapton  suonata al piano da Axl con tanto di assolo di Slash. Una vera goduria per le mie orecchie.

Finalmente ecco i primi accordi di piano che danno vita a questo vero capolavoro melodico. Improvvisamente, nella pace di “November Rain”, proprio all’ingresso della batteria, Zure urla “ma nooooooo, ma cazzo ma non è cosi, non puoi entrare così con la batteria in November Rain cazzo!”. Mi giro verso di lui, guardandolo come se fosse pazzo – la reazione effettivamente è stata così spontanea che per un attimo ho temuto fosse realmente impazzito – e gli chiedo “che è successo”, “Marty ma non hai sentito? Dai, che entrata è quella”. Non facciamo in tempo a commentare che Slash “decide” di sbagliare l’assolo, quindi ci voltiamo entrambi verso di lui increduli. Eh oh ragazzi, capita, anche i migliori sbagliano, sarà la stanchezza di un tour così imponente, sarà che per una cazzo di sera puoi essere stanco e meno concentrato, sti cazzi! Ci sta!

L’atmosfera resta magica con la Doubleneck di Slash che arpeggia i primi accordi di “Knockin’ on Heaven’s Door”, poesia per tutti noi che abbiamo visto, rivisto e consumato il video del Live in Tokio del 1992.

Il concerto si chiude con il ritmo indiavolato di “Nightrain”, una vera corsa in puro stile Guns.

La ciliegina sulla torta, però, i ragazzi me la offrono subito dopo l’encore. Già, perché a differenza di Lisbona in cui hanno suonato “Out ta get me” e soprattutto “Patience” (terribile esclusione per quanto mi riguarda), questa sera mi regalano niente di meno che “Don’t Cry” e infatti vorrei piangere di gioia.  Non potrò mai dimenticare lo sguardo di Zure in questo momento appena ha riconosciuto il primo accordo, semplicemente estasiato.

Immancabile il ricordo a Chris Cornell con “Black Hole Sun” e un’ottima versione di “The Seeker” degli Who.

Poi il gran finale, un’esplosione di gioia, un’estasi: “Paradise City”.

Su questa, ve lo giuro, si sta scatenando il putiferio. 90.000 persone stanno cantando ogni singola parola e il picco massimo di follia lo raggiungiamo nella parte veloce della canzone in cui esplodono dei cannoni da cui fuoriescono milioni di pezzettini di carta colorati. Meraviglioso! Alla fine della canzone Axl è talmente euforico che lancia perfino il suo microfono con tanto di spugna rossa in mezzo alla folla. Incredibile.

27 canzoni in scaletta, alcune cantate dal pubblico ancora più forte di Axl stesso. Un eco pazzesco e stupendo.

Una notte che per tutti noi è e resterà indimenticabile, non solo perché rivedere Slash e Axl sullo stesso palco è già di per sé surreale, ma perché questo show, per quanto costruito possa essere, è davvero indescrivibile.

Vi ricordate quando vi ho raccontato che nel live di Lisbona che la voce di Axl era davvero molto migliorata, il range vocale era lo stesso anche se nelle note alte a mio parere non graffiava più quindi andava in falsetto e si sentiva la differenza? UNA CAZZATA ATOMICA. Questa sera a Imola ha fatto il miracolo, ve lo giuro, l’ha fatto. Lo stesso identico acuto di “Live and let die” dei vecchi tempi. Per non parlare della voce graffiante in “Rocket Queen”: quasi uguale all’87. Eresia? Bestemmia? Chi è qui questa sera confermerà anche in punto di morte. Axl, gliel’hai proprio messa in quel posto a tutti quei “Eh ma ora lui non canta più come prima, è obeso, si è rovinato”. Grazie William!

I dolori alle gambe e la totale assenza di circolazione nei miei piedi mi riporta bruscamente alla realtà. Ora dobbiamo uscire tutti e dobbiamo farlo dalla stessa uscita. Mi viene da piangere, vi prego qualcuno può portarmi fuori in braccio? Daaai!

“Forza Marty, basta stare sdraiata a terra, alzati e muoviti che ho fame” “Va bene Zure, un secondo che adesso mi alzo, mi tiri su?”.

Quella del rocker è una vita difficile, sappiatelo.

 

 

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