FLOGGING MOLLY – CARROPONTE (MI) – 11/07/2017


Devo ammettere che quando annunciarono questo concerto rimasi stupita, perché sarebbe stata la prima volta in assoluto che i Flogging Molly si sarebbero esibiti sullo stesso palco dei Dropkick Murphys la stessa sera.

Che doppietta ragazzi, non vedo l’ora di essere lì.

Doccia e trucco fatti, sono pronta per uscire. Ah no, che cavolo dico, devo prendere l’Autan! Per carità, che se mi dimentico quello al Carroponte morirò mangiata viva.

Dovete sapere che al Carroponte, uno spazio all’aperto situato al confine con Sesto San Giovanni, le zanzare sono fameliche, specialmente quando i concerti estivi regalano loro centinaia di persone mezze nude e sudate. Sono certa che stiano già festeggiando visto che per loro questa sera sarà l’equivalente del nostro pranzo di Natale. No, non mi avrete MAI!

Nel tragitto ascolto a palla l’album “Drunken Lullabies” dei Flogging Molly, non vorremo arrivare impreparati ad un concerto, vero? Iniziamo a entrare nel mood irish punk, anzi “celtic punk” per essere precisi.

Qualcuno ha appena chiesto chi sono i Flogging Molly? Davvero non lo sapete? Va bene, riassumo come sempre in poche righe qualche info per aiutarvi a conoscere meglio questa band.

Molti pensano che il gruppo sia di origini irlandesi considerando il genere musicale e invece no, perché Dave King (cantante), Bridget Regan ( moglie del cantante, violinista e flautista), Nathen Maxwell (bassista), Dennis Casey (chitarrista), George Schmidt (batterista), Bob Schmidt (mandolino e banjo) e Matt Hensley (fisarmonica) hanno fondato i Flogging Molly a Los Angeles verso la fine degli anni’90.

Finora hanno pubblicato cinque album, il primo “Swagger” è stupendo, però quello che consiglio vivamente di ascoltare è il secondo che si chiama “Drunken lullabies” e, secondo me, in queste canzoni potete trovare gran parte degli elementi sonori che li contraddistinguono. Le loro melodie sono generalmente tutte molto allegre, vivaci e divertenti con tantissimi riferimenti alla musica popolare irlandese. Il primo riferimento alla tradizione irlandese ce l’hanno perfino nel nome in quanto Molly Malone è il personaggio di una canzone tipica irlandese nonché inno della città di Dublino.

Man mano che mi avvicino al concerto, sui marciapiedi noto  solo persone con indosso magliette color verde smeraldo, quadrifogli, loghi dei Dropkick Murphys e dei Flogging Molly e dell’immancabile Guinness. Sembra la festa di San Patrizio!

Il tempo di ideare uno dei miei soliti parcheggi creativi e, dopo essermi spruzzata Autan come se fosse Chanel n. 5, entro al Carroponte.

P-I-E-N-O  Z-E-P-P-O.

Una marea di gente, specialmente intorno ai baracchini delle birre, anche perché il caldo milanese di questi giorni non aiuta.

Questa volta il palco è quello grande, non quello che solitamente viene utilizzato al Carroponte, ma quello a sinistra. Meno male, così almeno riesco a stare in piedi sull’asfalto senza problemi con le mie zeppe di corda (non sento i vostri commenti, mi sto tappando le orecchie).

L’area di fronte al palco è già quasi impraticabile e ricordiamoci che tutte le persone che in questo momento stanno cenando e bevendo, saranno qui al primo accordo. Aiuto.

Pian piano sguscio verso il lato destro del palco e riesco ad arrivare in seconda fila. Mentre mi guardo intorno intravvedo i primi punk, oh meno male perché mi stavo preoccupando, non avevo ancora visto né creste né kilt!

Le luci si accendono, anche se in realtà c’è ancora il sole quindi vediamo benissimo lo stesso, ed entra la band accolta da un immenso applauso, ben tornati ragazzi!

L’ultima volta che li vidi fu nel 2016 sempre nello stesso periodo al Magnolia in cui suonarono come headliner e ricordo di non aver mai sudato così tanto a un concerto. Saltai ininterrottamente per oltre un’ora e mezza grazie anche alla splendida setlist che preparano per noi. Vediamo se questa sera farò il bis.

Iniziano subito belli carichi con una canzone che non conosco e che quindi deduco sia parte del nuovo album che uscirà a breve. La canzone si chiama “The Hand of John L. Sullivan” e anticipa un grande singolo ossia “Swagger” che, ovviamente, accende completamente il pubblico. Siamo alla seconda canzone e sono già sudata da fare schifo, in più queste bestie indemoniate sono diventate immuni all’antizanzare e quindi mi stanno massacrando, mannaggia a loro!

Dave King saluta tutti con il suo fare conviviale e festaiolo, ricevendo moltissimo calore da parte di tutti noi, oltre a quello già percepito in questo momento. In linea con il suo spirito ironico, Dave si auto dedica la canzone successiva “Selfish Man” che in italiano significa “Uomo egoista” e ci accompagna in una danza sfrenata. Inizio a intravvedere le prime zone di pogo che effettivamente con questa musica si presta perfettamente. Al momento non vedo situazioni simili a quelle del concerto dei Prophets of Rage a Firenze che vi ho già raccontato, però l’aggressività aumenta.

Figuratevi come precipita velocemente la situazione non appena riconosco le prime note del banjo di Bob in “Drunken Lullabies” che, oltre ad essere una delle mie canzoni preferite dei Flogging Molly insieme a “The Kilburn High Road” e “What’s Left of the Flag”, è un brano velocissimo e creato apposta per far saltare, ballare e pogare, quindi? Saltiamo!

Canto ogni singola parola come se fosse un inno, proprio come quelli accanto a me e infatti Dave ci lascia ampio spazio per intonare alcune parti dei ritornelli. Sono provata, cantare e saltare allo stesso tempo è faticoso, o sto invecchiando o c’è meno ossigeno nell’aria e ovviamente sarà la seconda, vero?

Cerco di riprendere un po’ di fiato con “The Worst Day Since Yesterday” visto che è più lenta e acustica, siete stanchi anche voi eh? Vi vedo belli sudati, allegri e qualcuno fin troppo allegro per non essere in preda ai fumi dell’alcol. Io vi stimo. Io davvero stimo quelli che riescono a saltellare e soprattutto a pogare completamente ubriachi. Una domanda: come diavolo fate a non cadere visto che barcollate così tanto, ma non cadete mai nonostante gli spintoni del pogo? Avete un equilibrio incredibile, complimenti!

Ricominciamo a saltare tutti con “Requiem for a Dying Song” tratta dall’album “Float” in cui tutti cantiamo il ritornello “In requiem for a dying song, hear the shimmy and the shake from a futile war with the sun that lights the day, brings the darkness and the prize ff another great shame, but with you my love, with you my love, with you I will return in requiem for a dying song”. Come potete notare, le melodie sono sempre molto vivaci, ma non è detto che i testi siano altrettanto allegri, anzi.

Vi giuro, mi dico di stare calma, di saltare meno altrimenti prima o poi mi verrà un infarto, però non ci riesco, tanto meno quando riconosco “Saints & Sinners”.

Questa sera Dave ha un’ottima voce e gli altri musicisti stanno facendo un lavoro eccellente come al solito, peccato solo che percepisco i volumi un po’ troppo bassi, spero che li alzino per i Dropkick altrimenti sarebbe stato meglio ascoltare il concerto in camera mia inserendo il cd nello stereo.

“Life in a Tenement Square”, tratta dall’album “Swagger”, mi frega sempre perché inizia lenta, ma all’improvviso esplode e non puoi fare altro che saltare e ballare, incantevole.

Fortunatamente io e la folla ci rilassiamo un attimo grazie alla malinconica “Float”, una calma apparente però che termina non appena la band inizia a suonare “Tobacco Island”, spingendoci nuovamente a saltare come leprotti irlandesi.

Lascio immaginare a voi la velocità con cui si scalda la situazione non appena Dave inizia a cantare l’intro di “Rebels of the Sacred Heart”, anzi in realtà lo cantiamo tutti insieme a squarciagola. Questa canzone è una bomba di energia, la batteria incalzante puramente punk che si mescola perfettamente con gli strumenti più tradizionali come il flauto (precisamente il pemperino) e la fisarmonica. Stupenda!

In tutto ciò, vorrei rammentarvi che sto saltando da un’ora con la zeppe di corda, non merito un applauso? Ricky risponderebbe simpaticamente “No, uno schiaffo”.

Il flauto di Bridget introduce una canzone che infiammerà davvero il pubblico ossia “Devil’s Dance Floor” tratta dal primo album della band che, grazie alla sua carica, ci lascia quasi esanimi. Per farci riposare un po’,  il buon Dave ci coccola con “If I Ever Leave This World Alive”, una ballad molto dolce, ma non interamente lenta, come sempre.

Sapete che è proprio con questa canzone che ho scoperto i Flogging Molly?

Adesso mi prenderete per i fondelli, lo so, ma sarò sincera. Stavo guardando un film dolcissimo e strappalacrime chiamato “P.S. I Love You” in cui a una ragazza muore il fidanzato a causa di una brutta malattia – già iniziamo bene – e scopre che il ragazzo quando era ancora in vita le ha lasciato una serie di lettere che le vengono recapitate in precisi momenti fino a quando una di queste la conduce in Irlanda.

Non vi svelo altro perché qualora abbiate voglia di passare una serata fra cuori e Kleenex non voglio togliervi il pathos, sappiate solo che durante i titoli di coda è partita questa canzone, di cui io ignoravo l’esistenza e l’ho shazammata. Mi si è aperto un mondo! Una band che mi è piaciuta moltissimo fin dal primo ascolto e che in questa canzone lascia spazio anche a un momento di riflessione sulla propria vita.

Dave e gli altri sono sudatissimi, abbiamo un caldo torrido noi quaggiù, figuriamoci voi con le luci sparate addosso, non vi invidio, specialmente perché, come da tradizione, hanno tutti indosso una camicia con le maniche arrotolate a ¾ e qualcuno ha addirittura le bretelle. Vi ricordo che è l’11 luglio, capite l’immenso sacrificio in nome dello spettacolo?

Continuano con “The Seven Deadly Sins” che anticipa una canzone del nuovo album “Crushed (Hostile Nations)”, leggermente più lenta e cadenzata rispetto alle altre che ci conduce fino al gran finale della serata: “What’s Left of the Flag”.

Qui, cari miei, si scatena la follia pura, positiva, perché tutti insieme festeggiamo questo concerto grandioso, cantando, urlando e saltando incitati da Dave e dagli altri membri della band.

“Gratzi!” urla contento Dave alla fine della canzone, togliendosi la camicia sudatissima e lanciandola come omaggio alle prime file. Meno male che sono dalla parte opposta…

Vi dico solo che a un certo punto della serata, per farvi capire l’atmosfera giocosa e familiare che si è creata fra la band e il pubblico, Dave ha lanciato alcune lattine di birra piene e un ragazzo l’ha presa al volo scatenando un’ovazione generale con tanto di rullo di tamburi.

Il concerto è ormai finito, sono in condizioni pietose e mi aspetta quello dei Dropkick che probabilmente sarà molto più violento rispetto a questo. Mentre sto ultimando le mie elucubrazioni mentali, noto che il chitarrista sta viaggiando in stage diving tra la folla. Scoppio a ridere perché mi fa sempre piacere notare come la semplicità e l’umiltà di una band verso il proprio pubblico vengano sempre ripagate dal grande affetto di quest’ultimo.

Salutano e ringraziano lanciando plettri e tutte le setlist, nooooooo! Che rabbia! Amen, ormai è andata così.

Davvero un gran bel concerto, si riconfermano una band simpatica e bravissima dal punto di vista musicale, che è in grado di divertire un pubblico che spazia dai 16 anni agli over 65.

Ora mi ci vuole decisamente una pinta di Guinness, slaintè!

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