EDDIE VEDDER – FIRENZE ROCKS – 24/06/2017


Glen Hansard ha appena terminato il suo meraviglioso concerto e fra poco sarà il turno di Eddie Vedder, ho già le palpitazioni.

Ecco, parliamo un secondo di questa leggenda. Non vi sto nemmeno a raccontare chi siano i Pearl Jam perché dovreste già saperlo, in caso contrario vi dico solo che è stata una delle band che, insieme a Soundgarden e Nirvana, ha fondato il famoso grunge di Seattle. Tra l’altro Chris Cornell, cantante dei Soundgarden e degli Audioslave che purtroppo recentemente si è tolto la vita a soli 52 anni, è stato un grandissimo amico di Eddie e ho notato che dal giorno della sua morte, con delicatezza e rispetto, Eddie gli ha sempre dedicato un pensiero e una canzone, senza quasi mai citare il suo nome, non ce n’è bisogno. Chi è qui questa sera sa perfettamente cosa significasse Cornell per Eddie e viceversa.

Comunque, nel remotissimo caso in cui qualcuno di voi non avesse mai ascoltato i Pearl Jam, può trovare tante info e dettagli su http://www.pearljamonline.it oltre che sui canali ufficiali della band.

Album da cui iniziare: Ten.

Proseguire con: Vitalogy

L’ultima volta che questo “gruppetto” chiamato Pearl Jam ha suonato a San Siro è stata il 20 giugno 2014. Persi quel concerto, proprio come persi le staffe quando scoprii la data di quel live. Cazzo, cazzo, cazzo e ancora cazzo. Ancora oggi è un mio grandissimo rimpianto, anche perché molti amici mi hanno raccontato quanto sia stato fantastico, quanto quelle 35 canzoni (si avete letto bene: 35) abbiano scaldato i cuori di tutto lo stadio grazie alla voce calda e avvolgente di uno dei cantanti più bravi e intensi degli ultimi vent’anni. Ovviamente in questi anni ho guardato un sacco di video di quella sera con l’acquolina alla bocca e questa sera, finalmente, potrò vederlo e sentirlo dal vivo.

Dal 2007 Vedder ha iniziato una carriera “solista” che lo ha portato dapprima a incidere interamente la colonna sonora del film “Into the Wild” – un vero capolavoro – e successivamente nel 2011 l’album “Ukulele Songs”, un insieme di brani suonati evidentemente con l’ukulele. Album davvero incantevole, soprattutto se ascoltato a casa con luci soffuse e un bel bicchiere di vino.

Il set di Eddie è leggermente più ricercato di quello di Glen, ma si sa, non tutto può essere lasciato al caso. Le emozioni vanno accompagnate dolcemente e per questo motivo davanti a me inizio a intravvedere quello che sembra essere un salotto con una poltrona in pelle marrone, candele bianche, valige in pelle consumata e uno sgabello con due o tre chitarre ai lati. C’è perfino una gran cassa portatile piena zeppa di adesivi di band, davvero bellissima.

La vera meraviglia arriva quando, dietro a questo set, appare sullo schermo in fondo al palco un magnifico cielo stellato di un blu intenso, tendente al nero, illuminato da piccoli puntini luminosi. Una notte stellata proprio come quella che tutti abbiamo sopra di noi in questo momento.

Il mal di gambe mi riporta bruscamente con i piedi per terra. Due ore in piedi senza mai sedersi o piegare le gambe iniziano a farsi sentire dannazione. Non solo, perché mentre sto cercando di fare stretching nel mio misero mq di spazio vitale, all’improvviso arriva una coppia di ragazzi e mi si piazza davanti.

Ho le loro nuche a un centimetro dal mio naso. Provo un immediato senso di sgomento perché questa naturalezza nel fare questo gesto, fregandosene completamente dell’azione appena compiuta, mi lascia basita. In pochissimi secondi lo stupore, come immaginerete, lascia spazio alla rabbia. Certo, scusate, sono in piedi da due ore per difendere il mio posto in seconda fila e VOI due vi permettete di mettervi davanti così? Afferro “delicatamente” il braccio della ragazza di fronte a me, la volto e con un tono direi anche abbastanza amichevole le dico “No scusa, non hai proprio capito. Adesso per cortesia vai, grazie”. Qui casca l’asino, eh già cari miei, perché Bonnie e Clyde non solo si allontanano immediatamente, ma non hanno nemmeno il coraggio di inventare una qualsiasi giustificazione, nulla. Meglio così, aria.

Riprendo il mio stretching serale, ma in pochi minuti le luci si spengono, al contrario del mio cuore che si è appena acceso.

Ed eccolo che entra, con un quaderno rosso in mano e una bottiglia di vino nell’altra, bello come il sole, uno degli artisti che inseguo da anni e che finalmente ora ho a pochi metri da me.

Appena entra, noto subito la sua camminata impacciata e la sua espressione stupita nell’ammirare la vasta platea che ha di fronte, forse non si aspettava tutta questa gente solo per lui e soprattutto tutto questo calore. Già, perché Eddie questa sera è accolto da un vero boato di gioia, totalmente ricambiato dal sorriso che gli è spuntato sul viso. Beh, la sua espressione parla chiara: è davvero emozionato. Sarà una notte speciale, lo avverto nell’aria.

“1,2,3 – 1,2,3” ripete in italiano per poi iniziare con “Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town” che si conclude con un breve discorso di Eddie che, scherzando in italiano con una voce stranamente rauca, dice “è la prima volta che vengo in Italia da solo ed è anche la data più grande (in termini di persone) che ho mai fatto e questo succede solo in Italia, grazie per essere qui questa sera”.

Un intero minuto di applausi.

Riparte con “Wishlist” e “Immortality” dei Pearl Jam. Fin dalle prime canzoni Eddie non è mai solo, cantiamo tutti con lui.

L’atmosfera si fa pian piano magica.

La voce profonda di Eddie intona “Trouble” di Cat Stevens e “Brain Damage” dei Pink Floyd, seguite da “Sometimes”.

Ride, scherza, si emoziona e tutte queste emozioni stanno passando.

“So che oggi è la festa di San Giovanni, non sapevo chi fosse, ma adesso che so chi è mi berrei un bicchiere” così si alza, prende la bottiglia di vino e inizia a berla, brindando a noi e a San Giovanni, poi prosegue “allora ho chiesto chi fosse San Giovanni e da quando fosse il patrono della città e mi hanno risposto “da sempre idiota!”. Mi sa che sta vegliando su di noi ora perché sembrate tutti non solo belli, ma soprattutto sani”.

Ovazione generale che sfocia in “I Am Mine”.

La naturalezza con cui parla a tutti noi me lo sta facendo amare ancora di più, sarebbe stupendo passare una serata con lui, sorseggiando del buon vino, chiacchierando di musica e di tutta la sua vita, starei ore ad ascoltare le sue storie e la sua ironia.

Prima di iniziare con “Can’t Keep”, Eddie presenta il suo ukulele e scherzando dice che il suo strumento è abbastanza nervoso perché non ha mai suonato davanti a così tanta gente. Tutti scoppiamo a ridere, anche se forse è un modo carino per dirci che anche lui questa sera è particolarmente felice di vedere un pubblico così numeroso di fronte a lui. Mantenendo intatta la sua simpatia ci chiede di salutargli i System of a down e i Prophets of Rage che si esibiranno domani qui a Firenze e per concludere, ridendo, dice “ma noi questa sera abbiamo solo l’ukulele”.

Eddie conosce molto bene le band di domani, soprattutto i Prophets of Rage, perché a uno dei componenti è particolarmente legato. Esatto, proprio lui, Tom Morello, attuale chitarrista dei Prophets, ma soprattutto chitarrista degli Audioslave, band fondata dall’amico e “guida” Chris Cornell. C’è un senso di familiarità nelle sue parole, nonostante non abbia ancora affrontato il discorso.

Un susseguirsi di meravigliose emozioni con “Can’t Keep” dei Pearl Jam, “Sleeping by Myself”, “Far Behind” ,“Setting Forth” e “Guaranteed”.

Per introdurre “Rise”, citando un aneddoto di Kim Deal dei Pixies, ci rende partecipi del suo periodo più “balordo”, chiamiamolo così, in cui il diabolico alcool sopperiva a tutte le altre mancanze, fino a quel 23 giugno di molti anni fa, precisamente a Milano, in cui ha conosciuto sua moglie Jill. Parole dolci e piene d’amore nei confronti di questo angelo che l’ha salvato dicendogli solamente “amami” e così ha fatto e continua a fare. “Tutto ciò per dirvi che questo Paese significa moltissimo per me principalmente per questo motivo, perché qui ho trovato quella giusta”.

Io mi sto letteralmente sciogliendo e non per il caldo, anche perché in questo momento ho i brividi che mi scorrono lungo tutto il corpo.  I miei occhi avranno sicuramente preso la forma di due cuori. C’è talmente tanto amore nell’aria in questo momento che ho quasi paura a fare un respiro profondo, non voglio perdere questo attimo così puro. Le note di “Rise” sono un viaggio bellissimo alla scoperta di questa storia d’amore, con tutta la delicatezza che quegli arpeggi riescono a infondere.

Ora tocca a “The Needle and the Damage Done”, splendida cover di Neil Young seguita da “Millworker” e “Unthought Known” dei Pearl Jam.

A questo punto il mio cuore sussulta. Ho letto le scalette precedenti e penso di sapere cosa mi aspetta.

Scherzandoci su, Eddie chiede il sostegno di tutti per aiutarlo in questa canzone, perché ognuno di noi – come dice lui – ha dovuto attraversare momenti neri ed ecco il primo accordo di “Black”.

Sono certa che su questa canzone perfino i cuori più ruvidi stanno tremando, sobbalzando, aprendo la porta a quest’emozione incredibile, indescrivibile a parole, che prende lo stomaco quasi catarticamente. Sento che la mia anima si sta riempiendo, non so cosa stia succedendo qui, ma l’atmosfera è surreale, cantiamo tutti insieme, come se fossimo uno abbracciato all’altro, Eddie compreso.

Ci si sente tutti fra noi, si sentono i cuori che battono e i singhiozzi di chi ha scelto di farsi attraversare da questa meravigliosa magia. La musica ha il potere di creare emozioni e di inciderle nel cuore tanto da riempire quei vuoti che spesso lascia la vita.

Va oltre il tempo, il luogo, le differenze, il dolore, i limiti e le paure. E’ un rifugio, una cura, un abbraccio, è sofferenza, è gioia, è emozione pura. Ti spalanca il cuore a calci finché non apri e ti fai avvolgere dalle mille emozioni che finalmente smetterai di trattenere e lascerai libere di esprimersi attraverso una lacrima o un sorriso.

Pensate sia tutto così retorico? Evidentemente non siete qui questa sera. Ogni persona qui presente non potrà mai negare quello che vi sto raccontando perché sono certa che l’avrà provato lei stessa, fino all’ultimo accordo e sospiro di Eddie. Lui, che si commuove nella parte finale in cui urla “come back” quasi lo stesse gridando in faccia a Chris Cornell, abbassando la testa e appoggiandola sconsolatamente sul microfono per trovare conforto, ma non ci riesce, la commozione è inarrestabile, arriva dal cuore insieme alle sue lacrime e alle nostre.

Vai Eddie, tira fuori tutto, il dolore, la rabbia, l’amore, noi stiamo facendo lo stesso grazie a te. Mi stai svuotando e riempiendo allo stesso tempo e specialmente questa canzone la stai cantando di pancia, di cuore e ci hai fatto il regalo più grande perché è arrivata tutta dentro di noi. L’ultimo accordo finale della canzone ha il sapore di un distacco, di un addio funesto e forse nel suo cuore è così ogni volta che canta questo testo, chissà.

Mentre sono qui penso: come farò a raccontare quello che sta succedendo? È un flusso, un flusso continuo di emozioni che vengono scambiate fra Eddie e il SUO pubblico.

Riparte velocemente, senza troppe pause, con “Lukin”, “Porch” e una magnifica versione di “Comfortably Numb” dei Pink Floyd eseguita con l’organo.

La versione di “Imagine” è un inno all’amore, non a caso 50.000 telefoni vengono alzati al cielo come fossero delle candele e l’atmosfera, credetemi, è talmente onirica che perfino il cielo ci fa un improvviso e inaspettato regalo: una luminosissima stella cadente, o più probabilmente un meteorite che attraversa tutto il firmamento sopra di noi.

Non so più dove inserire tutte queste emozioni, non so come fare a lasciarle dentro di me, devo riuscirci.

Le prime note di “Better Man” accarezzano il cuore, la delicatezza della voce di Eddie fa tutto il resto per rendere questo brano semplicemente incantevole. Riparte con “Save It for Later” e “Last Kiss” in cui tutti noi cantiamo ogni singola parola, altro che backing vocals.

“Untitled” e “MFC” dei Pearl Jam ci accompagnano verso “Falling Slowly”, cantata insieme all’amico Glen Hansard, nonché autore della canzone. Un duetto che incanta, tanto che intorno a me intravvedo qualche lacrima qua e là. Vi capisco ragazzi, questa sera è davvero difficile non commuoversi, ma poi perché dovremmo trattenerci?

Vederlo scendere tra la folla sulle note di “Song of Good Hope” è qualcosa di naturale, l’abbraccio con tutti noi è come quegli abbracci sentiti, in cui stringi forte un amico che rivedi dopo molto tempo, forse troppo. Impossibile non commuoversi, non tanto per le parole e la melodia della canzone quanto per l’affetto che sento e vedo nelle persone che lo stanno toccando e abbracciando. Un tale calore l’ho visto solo ai concerti di Bruce Springsteen a San Siro.

Cerco di riprendermi da questo sogno da cui in realtà non voglio svegliarmi, ma riconosco immediatamente le note di “Society”. Questa canzone, specialmente per chi ha visto il film “Into The Wild”, squarcia il cuore, proprio come “Smile” in cui Eddie tira fuori una grande potenza, oltre alla sua armonica.

A questo punto, cari miei, arriva la vera chicca della serata: “Rockin’ in the Free World” eseguita con una tale energia da entrambi tanto che a Glen si spacca una corda della chitarra acustica, costringendo il tecnico a portargliene al volo un’altra in sostituzione. Immaginate il ritornello urlato da 50.000 persone? Un’esplosione di libertà e coraggio che si mischiano nel suono pestato della gran cassa. Sono entrambi affaticati fisicamente, ma i loro occhi brillano.

Salutano, ringraziano ed escono, ma Eddie non ha nemmeno il tempo di fare un encore come si deve perché la folla lo richiama a grandissima voce. Pochi minuti, infatti, e torna sul palco, ringraziandoci per la forza che abbiamo dimostrato durante queste 31 canzoni. Ne manca una Eddie, non fare scherzi.

Fortunatamente riconosco i primi accordi di quel capolavoro chiamato “Hard sun” e inizio a cantare ogni parola con tutta la poca forza che mi resta in corpo dopo quasi tre ore in piedi. Sorrido, dentro e fuori, canto ad occhi chiusi, godendomi ogni singolo istante di questo momento e di questa canzone.

Niente potrà mai togliermi questo, tutto quello che provo ogni volta che sono a un concerto, anche se raramente assisto a simili spettacoli. Questa sera è e resterà sicuramente uno dei concerti più belli che abbia mai visto e ascoltato.

Sul finale della canzone entra Glen Hansard con la sua band, i suoi componenti hanno indosso un camice bianco che sinceramente non mi spiego, qualcuno di voi lo sa? Comunque chi se ne frega, per quello che avete fatto questa sera potevate uscire anche in pigiama per quanto mi riguarda.

Il finale è potente, sentito ed è un grande “A presto!” rivolto a tutti noi.

Salutano tutti ed escono, tranne Eddie che non vuole andarsene, sta sul palco, saluta, sorride, ringrazia con tanto di mano sul cuore e, infine, si allontana. Probabilmente saresti andato avanti tutta notte a cantare vero? Noi saremmo rimasti sicuramente tutti, ne sono certa.

Sono sazia di emozioni, ho vissuto in un’altra dimensione per oltre due ore di concerto e ben 32 canzoni.

Non mi stupisco nel vedere ragazzi e ragazze ancora in lacrime, io ho avuto gli occhi lucidi tutta sera, specialmente su alcune canzoni come “Black”, “Last kiss”, “Falling slowly” e “Hard sun”. Beh, non vi nego che anche “Society” e “Rise” sono state un grosso scossone al lato sinistro del mio petto.

Chi è qui questa sera porterà per sempre questa notte nel cuore perché quando la musica arriva così dritta, dirompente e riesce a spalancare le porte di quel muscolo che ha dato vita alla prima forma di ritmo, non puoi fare altro che accogliere l’ondata di emozioni e viverle fino in fondo senza paura. Io ve lo dico sinceramente, non potrò mai dimenticare questa notte, mai.

Perché? Perché andare ad un concerto vuol dire andare ad ascoltare qualcuno e la sua musica, ma questa sera è successo molto di più.

Mi rivolgo a te Eddie, perché questa sera ti abbiamo sentito davvero, ogni battuta, ogni accordo, ogni emozione l’hai regalata a noi e noi a te. Uno scambio magico, unico e speciale che io, tu e altre 50.000 persone porteremo racchiuse nel cuore, ringraziandoti per aver liberato così prepotentemente e incoscientemente quelle sensazioni ed emozioni forse da troppo tempo nascoste o rinchiuse.

50.000 volte “grazie”.

Il mio regalo per voi: https://www.youtube.com/watch?v=IfmKAkVfvgA

 

You may also like